di Giusppe Ggliano –
Da anni, quando in Europa si discute di Russia, si ricorre alla formula magica: guerra ibrida. Una specie di passe-partout che dovrebbe spiegare qualsiasi evento, dalle elezioni ai social network, dai conflitti periferici agli avvelenamenti. Il problema è che questa guerra ibrida, per come la raccontiamo, non esiste. O meglio: esiste soltanto nella versione che l’occidente ha confezionato per se stesso. E la storia di come ci siamo arrivati è un piccolo manuale della disinformazione che fingiamo di combattere.
Tutto comincia poco prima delle elezioni europee del 2019. France 24 manda in onda un reportage intitolato “Élections européennes : quand la Russie s’en mêle”. Poi, di fronte alle prime contestazioni, modifica prudentemente il titolo in “Élections européennes : et si la Russie s’en mêle?”. Il contenuto, però, resta identico: la Russia starebbe cercando di indebolire l’Europa con una guerra ibrida. A sostegno di questa tesi, il servizio propone una narrazione che richiama più la Pravda dei tempi d’oro che un’analisi fondata.
Al centro di tutto c’è un articolo del 2013: “La valeur de la science dans la prospective”, firmato dal generale Valery Gherassimov, capo di Stato maggiore russo. Secondo gli osservatori occidentali, quel testo delineerebbe una dottrina che combina terrorismo, cyberguerra, informazione, operazioni clandestine e guerra convenzionale. Peccato che non sia vero. Il documento è, in realtà, un’analisi delle trasformazioni dei conflitti moderni, soprattutto in Medio Oriente. Non un manuale per la rivoluzione, ma una riflessione interna. Un approccio metodologico, non una dottrina operativa. Ma in Europa e negli Stati Uniti diventa la “dottrina Gherassimov”, la strategia con cui Mosca avrebbe deciso di minare l’occidente.
esta interpretazione nasce da un articolo di Mark Galeotti, esperto di questioni russe, che per primo usa l’espressione “Gherassimov Doctrine”. Anni dopo, resosi conto del polverone, lo stesso Galeotti chiederà scusa dalle pagine di Foreign Policy: quella dottrina, dirà, semplicemente non esiste. Era un modo di etichettare un dibattito russo, non la descrizione di un piano operativo. Eppure molti media occidentali, cioè Le Temps, La Croix, Le Point e altri, hanno preso quella costruzione come una verità di fede. Addirittura qualcuno ha sostenuto fosse stata “validata da Vladimir Poutine in persona”, come se il Cremlino funzionasse sulla base di annunci dottrinali lanciati nei ritagli di tempo.
Questa leggenda si nutre di un’altra convinzione, ancora più radicata: che quando i russi scrivono di questioni militari, è perché stanno già mettendo in pratica ciò che discutono. Un mito sovietico che sopravvive ostinatamente, ma che non ha riscontro. Già ai tempi della guerra in Afghanistan, i militari russi discutevano apertamente tecniche, fallimenti, esperienze tattiche, proprio come fanno le forze armate occidentali. Le riviste specializzate erano veri laboratori di idee, non cablogrammi operativi.
Una volta inventata la dottrina, l’occidente ha iniziato a usarla come chiave universale di lettura. Così, durante la crisi ucraina del 2014, ogni mossa russa è diventata “guerra ibrida”: dalla protezione delle regioni russofone alla guerra nel Donbass, fino al sostegno ai separatisti. Ogni interpretazione doveva rientrare nel concetto. Il risultato? L’illusione di una Russia impegnata in una strategia grandiosa e coerente, quando al contrario la situazione sul terreno era un mosaico disordinato di attori locali, milizie, improvvisazioni e interventi limitati. Se davvero Mosca avesse messo in campo una grande operazione ibrida, la crisi non sarebbe rimasta congelata per anni. Avrebbe seguito un esito netto, nel bene o nel male.
Ma la dottrina immaginaria aveva un vantaggio enorme: semplificava tutto. E trasformava la Russia in un avversario dotato di una logica superiore, capace di manovrare l’Europa come un burattino.
Nel 2019 arriva un’altra ondata di rivelazioni “sensazionali”: il New York Times annuncia l’esistenza dell’unità 29155 del GRU, descritta come una struttura clandestina che semina il caos in Europa. È responsabile dell’affaire Skripal, dicono, e persino del tentato golpe in Montenegro del 2017. Si aggiunge anche una presunta base segreta in Haute-Savoie, non lontano da Ginevra, che suscita nuove paure e nuove teorie.
Peccato che la realtà sia molto più banale: l’unità 29155 è il 161mo Centro di formazione del Renseignement, noto da cinquant’anni, specializzato nella familiarizzazione con armi leggere straniere e nell’addestramento tattico avanzato. Altro che squadra di assassini. Ma l’etichetta “guerra ibrida” serve proprio a questo: trasformare la routine in complotto.
Perfino la Nato, che usa il concetto in ogni documento, si trova costretta a interrogarsi pubblicamente sulla sua definizione. Ma intanto lo utilizza come strumento politico: un collante che giustifica strategie, budget, posture militari.
C’è un punto su cui vale la pena riflettere. L’occidente interpreta la Russia come se agisse con la nostra stessa logica. Disegni razionali, regie occulte, strategie integrate. È una proiezione: osserviamo il mondo come lo costruiremmo noi, non come lo costruisce l’avversario. È lo stesso errore che commettiamo da anni nel contrasto al terrorismo jihadista: immaginiamo dottrine coerenti dove spesso ci sono frammentazione, opportunismo e caos.
E quando si proietta su un avversario una razionalità che non ha, si perde. Perché l’altro finisce per guidare il ritmo della partita mentre noi reagiamo a un nostro fantasma.
Il capitolo più clamoroso di questa grande narrazione è quello degli avvelenamenti. L’affaire Litvinenko nel 2006 e quello di Serghei Skripal nel 2018 sono diventati simboli della presunta ferocia dei servizi russi. La storia è nota: Litvinenko muore per polonio-210, Skripal e la figlia vengono colpiti dal famigerato “Novichok”. Ogni elemento conduce sempre alla stessa conclusione: è stato il Cremlino.
Ma entrando nei dettagli, tutto si complica. Litvinenko aveva rapporti con l’oligarca Boris Berezovski, figura centrale nelle lotte intestine della Russia post-sovietica. L’uso di sostanze radioattive non era monopolio statale: negli anni Novanta la mafia russa impiegò più volte cesio e cobalto per regolare conti. Quanto al Novichok, era già stato sottratto negli anni ’90 da Leonid Rink e venduto a gruppi criminali dell’area baltica. Non era un’arma di Stato riservata.
Il caso Skripal, poi, è un manuale di ambiguità. L’ex colonnello del GRU era stato reclutato dal MI6 nel 1995, arrestato nel 2004, condannato e poi scambiato nel 2010. Viveva a Salisbury, nella stessa città del suo ex ufficiale tratteggiante, Pablo Miller. Il 4 marzo 2018 lui e la figlia si accasciano su una panchina. Nessuno sa ancora cosa sia accaduto, ma l’8 marzo Theresa May accusa direttamente la Russia. 23 diplomatici vengono espulsi. Seguono Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Nato. Tutti sulla base di un “altamente probabile”.
Le contraddizioni pullulano. Bambini avvelenati, canards morti: tutto smentito. Gina Haspel, allora vice-direttrice della Cia, mostrò a Trump foto che non avevano nulla a che vedere con il caso. Il New York Times rettificò di striscio mesi dopo. Le prove tecniche non collimavano: i presunti esecutori, Alexander Petrov e Ruslan Boshirov, non risultavano neanche nelle vicinanze della casa dei Skripal nel momento utile. E quando in televisione cercarono di spiegarsi, furono derisi invece che ascoltati.
Perché eliminare un agente già scambiato? Perché farlo con un metodo che garantisce un’esplosione diplomatica? Perché farlo in Inghilterra invece che in Russia? Perché proprio quando la sua collaborazione con Pablo Miller e Christopher Steele poteva risultare imbarazzante per Londra?
Invece di affrontare queste domande, si è scelta la scorciatoia: la Russia è la Russia, dunque è colpevole.
Alla fine, tutto torna a quel meccanismo che ha trasformato un articolo militare in una dottrina inesistente: la necessità di un nemico lineare, schematico, funzionale. Un avversario che giustifica spese militari, compatta l’opinione pubblica, spiega crisi interne e devia lo sguardo dalle fragilità europee. Ma così facendo l’occidente non capisce la Russia: capisce soltanto la propria paura della Russia.
E nessuna strategia può reggere se si combatte contro un’immagine invece che contro la realtà.












