di Elisa Sguaitamatti –
Pochi temi dell’agenda delle Nazioni Unite hanno provocato molteplici fratture come quelle sulla controversa sorte del Sahara Occidentale, colonia spagnola fino al 1976, conosciuta anche come l’ultima frontiera d’Africa. Da 40 anni questo territorio dell’estremo Nord Ovest del Maghreb, prevalentemente desertico ma ricco di fosfati, petrolio e gas, è stato oggetto di dispute pluridecennali a proposito della legittima proprietà territoriale tra la monarchia marocchina che spinge per la sua annessione e il Fronte Polisario, movimento di liberazione della nomadica popolazione indigena minoritaria Sahrawi, che rivendica il diritto all’autodeterminazione e ne chiede l’indipendenza sancita da un referendum.
L’origine della contesa risale al 1975 quando, in base al Madrid Agreement, al Marocco vennero assegnati due terzi del Nord (oggi Southern Provinces) e alla Mauritania un terzo (oggi Free Zone). Dall’autoproclamazione della Saharan Arab Democratic Republic nel 1976, solo 45 stati, in maggioranza africani, l’hanno ufficialmente riconosciuta. Le tensioni tra autorità marocchine e il gruppo ribelle si sono sempre più accentuate provocando un ventennio di guerra mista a guerriglia (1975-1991) a cui è seguita una guerra silenziosa (1991-2015) fatta di proteste convinte e manifestazioni per la libertà e l’indipendenza. Dal cessate il fuoco del 1991, è stato avviato un lungo processo di pace voluto dall’ONU, il UN Mission for Referendum of Western Sahara (MINURSO) marcato da anni di negoziati falliti, boicottaggi e rifiuti di compromessi da entrambe le parti. Questa missione avrebbe dovuto portare due possibili soluzioni: l’indipendenza assoluta del Western Sahara o la sua integrazione al Marocco. Tra gli Special Envoys delle Nazioni Unite si è distinto il mediatore James Baker (in carica tra il 1997 e il 2004) che ipotizzava l’autonomia dei Sahrawi sotto la sovranità marocchina e un referendum successivo in un piano quinquennale. Malgrado l’idea fosse interessante, non è stata sufficiente per una riappacificazione concreta. Tra il 2007 e il 2010 a nulla sono valsi gli sforzi diplomatici dei segretariato generale dell’ONU (Kofi Annan prima e Ban Ki-moon poi) per arrivare a una soluzione politica accettabile. Al contrario, le incomprensioni sono notevolmente aumentate, innalzando un muro di silenzio e di odio.
Questa serie di conflitti irrisolti ha marcato l’incipit di un’incessante crisi di rifugiati Sahrawi, costretti all’esilio permanente in campi profughi algerini (come Tindouf) gestiti dal Fronte Polisario con il sostegno di scarsi aiuti umanitari. Oggi la comunità internazionale rimane ancora divisa tra i sostenitori delle politiche marocchine nel Maghreb (Stati Uniti, Francia e Lega Araba) e i difensori del popolo Sahrawi (Algeria, Nigeria, Unione Africana). Finora i fedeli alleati della monarchia maghrebina hanno avuto il privilegio di mantenere vive le relazioni commerciali con Rabat che, grazie a alleanze strategiche con le grandi potenze, è immune da punizioni per le sue ambizioni espansionistiche. Comunque, la sua occupazione prosegue da decenni nonostante la decisione della Corte Internazionale di Giustizia del 1975 che ammise legami storici precoloniali del Marocco con il Sahara Occidentale ma ne respinse le sue pretese di annessione, a favore della tutela e dell’autodeterminazione della popolazione Sahrawi. Dal 1980 Rabat ha risposto con la costruzione di 2700 km di barriera fatta di sabbia, pietre, filo spinato e campi minati per proteggersi dal Fronte Polisario. Per molte organizzazioni umanitarie dell’area è il “muro della vergogna”.
L’attuale segretario generale di Polisario Mohamed Abdelaziz si è detto fortemente preoccupato per lo stallo nel processo di decolonizzazione del Western Sahara, per i continui abusi di diritti umani, per gli arresti e incarcerazioni di attivisti Sahrawi e per l’impossibilità di tornare nella propria terra. Inoltre, a livello regionale non mancano le minacce alla sicurezza: infiltrazioni di gruppi terroristici provenienti dal nord del Mali, al-Qaeda in Maghreb e cellule terroristiche dormienti hanno destabilizzato l’area. Il ministro della Difesa del Fronte Polisario è solo nell’affrontare questi attacchi su più fronti e ha schierato unità anti terrorismo che impiegano tattiche di guerriglia lungo il confine per combattere l’avanzata dei militanti del jihad.
Dopo 23 anni di attesa per un referendum, il risentimento della popolazione Sahrawi è accentuato dall’immobilismo delle Nazioni Unite, incapaci di offrire soluzioni politiche concrete al di là della missione di peace-keeping che non protegge adeguatamente i civili. Di fronte ai ripetuti fallimenti e a una probabile escalation di violenze, sembra calato il sipario sulla questione del Sahara Occidentale. Invece, tornano a spirare venti di guerra su questo lembo di terra desertica, ancora in un limbo sospeso tra il sogno di un Free Western Sahara e la realtà di un prolungato stallo politico-diplomatico.

