di Giacomo Dolzani –

Ci potrebbe essere la mano di Saadi Gheddafi, figlio dell’ex leader libico, dietro i finanziamenti e i rifornimenti di armi ai ribelli tuareg e agli jihadisti che, in queste settimane, stanno mettendo a ferro e fuoco il Mali e le regioni confinanti.

Questa ipotesi è stata avanzata dal quotidiano algerino “Echorouk” che afferma di essere in possesso di una fonte “ben documentata” che ha avuto, di recente, contatti con il terzo figlio del defunto Rais, in esilio in Niger.

Secondo Echorouk, Gheddafi, dopo la caduta di Timbuctu nelle mani del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla), avrebbe fornito ingenti somme di denaro (oltre venti milioni di dollari) ai ribelli, con il fine di creare un emirato tuareg nella zona del Sahel che comprendesse, oltre al nord del Mali, anche parti di Niger, Ciad ed Algeria, in cui si stanno verificando i primi disordini.

Oltre a denaro, sempre secondo il giornale algerino, Saadi avrebbe fornito ai ribelli anche armi, acquistate in Darfur, armi che vanno ad aggiungersi a quelle già in loro possesso in quanto i tuareg, erano già stati arruolati ed armati in parte da Gheddafi nel 1972, per la creazione della “Legione Islamica”, un corpo paramilitare utilizzato dal Rais anche per la guerra contro il Ciad.

Il fine ultimo del figlio del leader libico potrebbe appunto essere quello di favorire la creazione di un nuovo “stato amico”, governato da tribù da sempre vicine alla sua famiglia.

I tuareg infatti, durante la rivoluzione, hanno continuato fino alla fine a combattere per Gheddafi e lo stesso Saadi – affermano alcuni rapporti – sarebbe riuscito a fuggire dalla Libia e a raggiungere il Niger grazie alla complicità dei tuareg, che avrebbero protetto anche la fuga in Mali dell’ex capo dei servizi segreti libici, Abdullah al-Senussi, arrestato poi a metà marzo in Mauritania.