di Giovanni Ciprotti

Dopo l’attentato alle Torri Gemelle del 2001, gli Stati Uniti reagirono procedendo principalmente su due direttrici: l’intervento militare in Afganistan, avviato neanche un mese dopo gli attentati a New York, e l’approvazione di leggi restrittive per rafforzare la sicurezza interna, rappresentate dal Patrioct Act.

Per gli attentati terroristici a Parigi del 13 novembre, ribattezzati da subito “11 settembre europeo”, sembra si vada delineando una situazione analoga: la Francia di Hollande ha risposto militarmente 48 ore dopo intensificando i raid aerei in Siria, dove le operazioni militari transalpine erano peraltro già iniziate da settimane, e al tempo stesso ha annunciato misure straordinarie per il controllo delle frontiere e degli spostamenti da e verso la Francia di persone sospette di appartenere ai gruppi terroristici o quanto meno di favorirne le azioni.

E le analogie tra la presidenza di Bush jr e l’attuale fase della presidenza Hollande non si esauriscono qui.

Nel 2003 l’obiettivo della Casa Bianca era invadere l’Iraq per detronizzare Saddam Hussein, ma non c’era una ipotesi per la “governance” una volta completata la fase meramente militare; oggi il presidente francese sembra avere come principale scopo quello di sconfiggere l’Isis – e magari ambisce all’onore di piantare il vessillo tricolore in una Raqqa riconquistata precedendo le altre nazioni della coalizione – indipendentemente dalla possibilità di delineare una soluzione politica che renda governabile la Siria una volta che le milizie di al-Baghdadi saranno state sgominate.

Hollande intende dimostrare ai suoi compatrioti di essere uno statista di alto profilo, non un incolore presidente come i sondaggi degli ultimi tempi lo avevano dipinto. Anche da questo punto di vista ricorda la posizione in cui si trovava Bush jr. alla vigilia degli attacchi del settembre 2001, quando la sua popolarità nei primi otto mesi di presidenza, già inficiata dalle rocambolesche modalità con cui era stata ufficializzata la sua vittoria alle elezioni del novembre precedente, era decisamente molto bassa: l’attentato al World Trade Center e la conseguente immagine di Bush come comandante in capo delle forze armate statunitensi lanciate all’attacco del covo afgano di al-Qaeda fecero rapidamente risalire il gradimento del presidente nei sondaggi.

E’ questa la bussola che guida le decisioni e le azioni di Francois Hollande? L’idea di presentare sé stesso come uomo forte in un contesto bellico anche per recuperare i consensi presso l’elettorato francese? Non ci sarebbe da stupirsi. I popoli hanno sempre avuto paura “dell’altro” perché diverso, inquinatore delle identità, responsabile delle tensioni sociali e infido, possibile invasore; i governi, dal canto loro, hanno sempre assecondato e spesso alimentato questo atteggiamento perché in fondo la paura della presenza, reale o indotta, di un nemico riconoscibile consentiva, e consente, di chiamare a raccolta i cittadini attorno a simboli come la patria e la bandiera per difendere l’identità e i valori nazionali. In nome di questa lotta – ma se la si chiama “guerra” l’effetto sull’opinione pubblica è più significativo – si possono adottare misure inaccettabili in condizioni ordinarie, dalla restrizione alle libertà personali, alla compressione dei diritti civili, alla proclamazione dello stato di emergenza e fino ad arrivare alla opzione militare, l’extrema ratio che permette ai governanti di far ricorso più agevolmente alla censura, di osteggiare la libera associazione delle persone e le libertà di espressione in nome della fedeltà alla nazione messa in pericolo dal nemico, interno o esterno.

Per tutto il XX secolo, a partire dalla Rivoluzione bolscevica del 1917, la società statunitense ha convissuto con la “red scare”, la paura dei comunisti, con una breve pausa “tecnica” limitata agli anni della Seconda Guerra mondiale, quando il presidente Franklin Delano Roosevelt, forte del prestigio acquisito nei primi due mandati presidenziali grazie alle innovatrici politiche del New Deal, fece accettare al popolo americano l’inedita alleanza con Stalin, ritenuta di fondamentale importanza per volgere le sorti della guerra a favore dei Paesi alleati contro il nazi-fascismo.

La reazione americana alla fobia dei rossi fu un’ondata di repressione di tutti i movimenti sospettati di essere parte integrante del comunismo internazionale o anche soltanto di contiguità con esso. Nel nome della lotta al comunismo furono perseguitati anarchici, sindacalisti e difensori dei diritti civili e furono perpetrate innumerevoli ingiustizie, che culminarono negli anni Venti con la condanna a morte degli anarchici Bartolomeo Sacco e Nicola Vanzetti, ingiustamente ritenuti colpevoli di aver compiuto una rapina (il governo americano nel 1977 si sarebbe ufficialmente scusato dell’errore), e negli anni Cinquanta con il fenomeno del Maccartismo.

Per comprendere l’intensità della psicosi collettiva che colpì gli americani a partire dal 1917 può essere utile rileggere le parole utilizzate da George Kennan, capo della missione diplomatica Usa a Mosca tra il 1944 e il 1946 e successivamente responsabile del Policy Planning Staff del Dipartimento di Stato, in un suo memorandum – passato poi alla storia come il “lungo telegramma” – del 1946 a proposito delle capacità di infiltrazione dei comunisti.

“(Esiste) una grande varietà di organismi o associazioni nazionali che possono essere dominate o influenzate da tale penetrazione. Queste includono: sindacati, leghe giovanili, organizzazioni delle donne, società razziali e religiose, organizzazioni sociali, gruppi culturali, riviste liberali, case editrici, ecc.

Anche le organizzazioni internazionali possono essere analogamente infiltrate attraverso l’influenza su diverse componenti nazionali. Le organizzazioni del lavoro, della gioventù e delle donne sono le più importanti tra esse. Particolare, quasi vitale, è l’importanza attribuita a questo proposito al movimento internazionale del lavoro. In esso Mosca vede la possibilità di sviare i governi occidentali negli affari internazionali e sviluppare una lobby internazionale capace di costringere i governi ad agire in maniera favorevole agli interessi sovietici in diversi paesi e paralizzare le azioni non gradite all’Urss.”

La “grande varietà di associazioni” elencate da Kennan includeva praticamente qualsiasi gruppo organizzato della società civile. Il giudizio che Kennan espose nel suo brillante scritto rifletteva non soltanto il sentimento dominante nella società americana agli albori della guerra fredda, ma più in generale la grande paura che attanagliò gli americani a partire dalla Rivoluzione d’Ottobre e che svanì soltanto quando, nel dicembre del 1991, poterono assistere all’ammainamento della bandiera sovietica dalle mura del Cremlino.

Lo spauracchio comunista fu continuamente agitato, a volte a ragione e non di rado a sproposito. Come negli anni Ottanta, quando Ronald Reagan mise in guardia gli americani dalla presenza di un esercito rivoluzionario “a poche ore di auto dal Texas” per mobilitare le coscienze a favore degli interventi statunitensi in America Centrale. E’ l’altro piano su cui si reagisce quando viene riconosciuta l’esistenza di un nemico spietato e aggressivo: quello della proiezione esterna, dell’azione militare al di fuori dei confini nazionali.

Del resto, logiche simili informavano anche la strategia dell’altra superpotenza dell’epoca. Nel medesimo lungo telegramma già ricordato, George Kennan descriveva così il pensiero dell’establishment che governava l’Urss:

“I capi sovietici sono portati dalle necessità del proprio passato e dalla posizione attuale a proporre un dogma che rappresenta il mondo esterno come un mondo diabolico, ostile e minaccioso, che tuttavia porta al suo interno i germi di una malattia strisciante ed è destinato alla rovina con la crescita delle convulsioni interne finché non gli verrà dato il colpo di grazia dal crescente potere del socialismo, che condurrà ad un mondo nuovo e migliore. Questa tesi fornisce la giustificazione per l’incremento del potere militare in Russia.”

Voci autorevoli avevano nel tempo spiegato che potenza militare e necessità di garantire la sicurezza nazionale non procedevano necessariamente di pari passo. Nel 1969 Henry Kissinger, all’inizio del suo mandato come Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Richard Nixon, nel suo libro “Policentrismo e politica internazionale” sottolineava che ”una forza militare sempre maggiore non assicura più necessariamente la possibilità di difendere la popolazione.”

Qualche tempo prima dell’attacco alle Torri Gemelle, qualcuno a Washington faceva notare come fosse inutile pensare ad una nuova corsa agli armamenti per fronteggiare il terrorismo internazionale perché chiunque avesse voluto provocare gravi danni sul suolo americano avrebbe avuto la possibilità di giungere nel paese con una piccola valigetta e far saltare in aria qualche obiettivo strategicamente sensibile. Non hanno usato la valigetta, ma alcuni aerei di linea. Eppure le risorse destinate alle spese militari, progressivamente diminuite dopo la fine della Guerra fredda, vennero di nuovo incrementate dopo l’11 settembre (nel 2014 la spesa Usa per la difesa è stata quasi il triplo di quella registrata nel 1989) e si ritornò persino a parlare della Strategic Defense Initiative di reaganiana memoria. Perché perseverare sulla strada del potenziamento militare?

Perché si tratta di un potere straordinario nelle mani dei governi, ma anche delle influenti lobbies economiche che prosperano grazie all’industria degli armamenti. Un intreccio politico, economico e finanziario che il presidente Eisenhower aveva definito, nel suo discorso di commiato del 1961, il “complesso militare-industriale” e dal quale aveva messo in guardia:

“Dobbiamo guardarci dall’acquisizione di influenza ingiustificata, palese o occulta, da parte del complesso militare-industriale. Il potenziale per l’ascesa disastrosa di potere che travalica il proprio ambito esiste e persisterà”.

Per questo, quando si era ad un passo dalla fine della Guerra fredda, Georgi Arbatov, un collaboratore di Gorbaciov e direttore dell’Istituto sovietico per gli Affari nordamericani, disse rivolto agli americani “Stiamo per farvi qualcosa di terribile: stiamo per privarvi di nemici”.