di Maurizio Delli Santi * –
“Che il 2026 sia un anno storico e fondamentale che apra un nuovo capitolo nelle relazioni Cina Stati Uniti”: è il titolo scelto dal Global Times, quotidiano controllato dal Partito comunista cinese, per offrire l’interpretazione ufficiale della Cina sull’incontro tra Xi Jinping e Donald Trump a Pechino. L’editoriale illustra il nuovo equilibrio che il Paese del Dragone intende costruire con Washington e la visione strategica che Pechino tenta di imporre nel sistema internazionale. Si tratta di un documento di posizionamento strategico della leadership cinese, scritto nel linguaggio tipico della diplomazia ideologica di Pechino e calibrato per influenzare l’opinione pubblica internazionale e le élite occidentali.
Gli editorialisti cinesi enfatizzano il “nuovo capitolo storico” nelle relazioni sino americane per costruire anzitutto una narrazione. L’elemento centrale dell’editoriale è la formula della “relazione costruttiva di stabilità strategica”. La Cina vuole apparire non come una potenza revisionista aggressiva, ma come garante della stabilità sistemica mondiale in un’epoca di frammentazione occidentale, guerre regionali e crisi dell’ordine liberale.
Dietro questa rappresentazione apparentemente conciliatoria si nasconde però una ridefinizione molto sofisticata dei rapporti di forza globali. La Cina non propone infatti un’alleanza con gli Stati Uniti né una riconciliazione ideologica. Propone piuttosto una “gestione concertata” della competizione. È un concetto che rompe con la visione americana degli ultimi anni fondata sulla “competizione strategica”.
Pechino sta dicendo a Washington che la rivalità tra grandi potenze è fisiologica, ma che gli Stati Uniti non devono lasciarsi imprigionare nella “trappola di Tucidide”, evocata da molti strateghi contemporanei per descrivere il rischio di una guerra sistemica tra potenza dominante e potenza emergente. Il confronto tra Cina e America dovrebbe quindi essere governato dentro un quadro stabile che riconosca implicitamente la legittimità geopolitica di Pechino su un piano paritario rispetto agli Stati Uniti.
In questo senso, il lessico della “stabilità” non è neutrale. È il linguaggio delle grandi potenze che cercano di istituzionalizzare sfere di influenza e limiti reciproci. Da qui il riferimento alle “quattro stabilità” indicate da Xi Jinping, che costituiscono una vera architettura teorica: cooperazione come fondamento, competizione moderata, gestione delle differenze e pace duratura.
Dietro questa formula si intravede una critica implicita all’approccio statunitense dell’ultimo decennio. Pechino sostiene che Washington abbia trasformato la relazione in una spirale ideologica attraverso dazi, restrizioni tecnologiche, guerra dei semiconduttori, alleanze indo pacifiche e tentativi di “decoupling”. L’editoriale afferma apertamente che questa strategia sia fallita e che gli Stati Uniti stiano ora tornando a una linea più pragmatica. Il Global Times presenta così la Cina come attore coerente, razionale e paziente, mentre descrive gli Stati Uniti come una potenza costretta a riconoscere l’inevitabilità dell’ascesa cinese.
Le osservazioni dei media occidentali insistono sul fatto che Xi avrebbe ottenuto un riconoscimento simbolico enorme: essere trattato da Trump come interlocutore paritario e indispensabile. La Cina cercava precisamente questo risultato, ma anche Trump trae vantaggio dalla stabilizzazione del rapporto.
Gli Stati Uniti hanno oggi bisogno di ridurre simultaneamente il peso di più fronti strategici: Ucraina, Medio Oriente, tensioni nell’Indo Pacifico, pressione inflazionistica e vulnerabilità delle catene industriali. Una relazione sino americana meno instabile consente a Washington maggiore flessibilità strategica. In altre parole, siamo davanti a una convergenza di interessi tra due potenze che comprendono quanto un conflitto incontrollato sarebbe economicamente e militarmente devastante.
L’editoriale del Global Times insiste anche sulla “pace”, sulla “prevedibilità” e sulla “cooperazione”. Questo linguaggio non va liquidato come mera propaganda. La Cina ha effettivamente interesse alla stabilità: il suo modello economico dipende ancora dall’interdipendenza globale, dai mercati, dalle esportazioni e dall’accesso tecnologico. Pechino non vuole il collasso dell’ordine internazionale, ma intende incidervi espandendo la propria potenza economica senza essere accusata di alterare gli equilibri interni dei mercati nazionali.
Xi Jinping sa che il tempo strategico gioca a favore della Cina, purché il sistema internazionale resti relativamente stabile. Un conflitto prematuro, soprattutto su Taiwan, potrebbe interrompere il processo di consolidamento tecnologico e finanziario cinese. Da questo punto di vista, la retorica della “stabilità strategica” rappresenta anche un tentativo di congelare il confronto entro limiti gestibili mentre la Cina continua ad accumulare potenza. L’importante, per Pechino, è avere avvertito Trump di non alimentare le narrazioni sull’indipendenza di Taiwan e di valutare le conseguenze sul rapporto con la Cina nel caso in cui Washington continui a sostenere militarmente l’isola.
L’editoriale del Global Times tenta quindi di cristallizzare un momento che Pechino percepisce come storicamente favorevole: un’America più pragmatica, un’Europa frammentata, un Sud globale sempre meno disposto ad allinearsi automaticamente all’Occidente e una Cina ormai abbastanza forte da negoziare da posizione paritaria con Washington.
Ma il testo rivela anche una certa ansia strategica. L’insistenza ossessiva sulla “stabilità” tradisce la consapevolezza cinese che il sistema internazionale sia entrato in una fase altamente volatile. La leadership cinese teme ancora il contenimento tecnologico, le coalizioni indo pacifiche, la militarizzazione di Taiwan e soprattutto l’imprevedibilità politica americana.
La Cina vuole fissare il principio secondo cui le due superpotenze debbano coesistere e riconoscersi reciprocamente. In fondo, il vero messaggio geopolitico dell’editoriale è questo: Pechino non chiede più di essere accettata nell’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti, ma che quell’ordine venga ridefinito sulla base di una diarchia strategica sino americana.
Ed è precisamente questa prospettiva, più ancora della crescita economica cinese, a inquietare profondamente una parte delle élite occidentali. All’Europa non resta che domandarsi se intenda ancora lasciare spazio alle divisioni o se voglia evitare di diventare soltanto oggetto degli interessi egemonici della nuova diarchia globale.
* Membro dell’International Law Association.
















