di Giovanni Caprara –
Il Papa ha suggerito alla comunità internazionale di “attivarsi” ed “adoperarsi” per proteggere quanti sono minacciati dalla violenza delle milizie fondamentaliste. Ciò evoca, evidentemente, l’intervento armato. E, questo, dovrebbe connotare le missioni di peace keeping come giuste.
Dal punto di vista morale il pacifismo assoluto non corrisponde all’insegnamento della Chiesa. Papa Francesco, come i suoi predecessori, rimanda spesso al Catechismo della Chiesa Cattolica. In particolare, il numero 2265, insegna che “la legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri. La difesa del bene comune esige che si ponga l’ingiusto aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, i legittimi detentori dell’autorità hanno il diritto di usare anche le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità”.
La visione della guerra giusta, è propria del passato, quando il teorico e guida spirituale dei Templari, Bernardo da Chiaravalle, enunciò che “Se il fine è giusto, non può essere sbagliata la lotta”. La guerra di autodifesa è contemplata anche da Tommaso d’Aquino, il quale si sofferma sull’evidenza che la giustificazione alla difesa non è sufficiente, ma bisogna preservare i beni.
In realtà la guerra giusta è un esercizio mentale: l’autodifesa, se soddisfa e controlla i diritti dell’invasore, rimane il caposaldo della just war, di fatto quest’ultima è ipotizzabile, ma per la natura umana non semplicemente realizzabile.
Un singolo episodio di risposta inadeguata all’offesa, sovvertirebbe il principio di autodifesa, ed annullerebbe l’idea stessa di guerra giusta. Pertanto, la posizione della Chiesa avvalora un altro concetto: quello della pace negativa.
Il valore della conciliazione non è assunto come unica mera assenza della guerra, ma citando Thomas Hobbes, il concetto di pace è negativo, in quanto obliato dall’assenza di forza e, secondo Kelsen, il diritto stesso ricorre alla forza pubblica per garantire il rispetto delle leggi.
Questo vuol significare che lo stato giuridico di pace è ristretto all’uso illegittimo della forza, giustificandola quando necessaria. La definizione di “pace” non è ben definibile, infatti concerne una condizione desiderabile associata alla vita, pertanto l’oggetto di approfondimento è il concetto ed il contenuto della parola pace: essa è il rifiuto della violenza fisica, dell’applicazione della giustizia sommaria e dell’uso non regolato della forza.
Consegue che quest’ultima deve essere legalizzata dalla sicurezza pubblica ed avallata dalle autorità, pertanto la pace è quella riportata nei testi giuridici, infatti il concetto di pace negativa è proporzionale al valore ed all’applicazione della sicurezza.
Il dualismo “pace e sicurezza”, sono ben definiti nella Carta delle Nazioni Unite, dove il mantenimento di questa condizione è talmente fondamentale da divenire conclusivo nell’interpretazione del dualismo stesso. La pace è determinata dalla fine di una guerra, in questo caso l’obiettivo della comunità diventa la sua conservazione, ricercando ed eliminando tutti i fattori scatenanti il conflitto appena cessato, restituendo così la sicurezza ai popoli: in questo caso, pace e sicurezza si amalgamano fra loro sino ad essere un unicum. La richiesta di intervento contro le fazioni estremistiche, formalizza anche le Forze Armate, intese come raggruppamenti di uomini in armi, ed avalla la “ragion di guerra”. Quest’ultima giustifica l’uccisione di coloro che a ragione sono suscettibili di essere uccisi, ossia i soldati, i quali a differenza dei civili, sono consapevoli del pericolo di perdere la vita. È esplicativo il concetto espresso da Albert Camus: non si può uccidere se non si è pronti a morire. L’attacco che subisce un militare, non è diretto verso la persona fisica, bensì al suo ruolo di belligerante. Michael Walzer specifica che il soldato ha la responsabilità di accettare i rischi personali piuttosto che uccidere un civile innocente; l’istinto di conservazione non deve prevaricare i diritti dei non belligeranti. Adriano Prosperi, ha sottolineato che la guerra per la difesa dell’Occidente dal terrorismo, ha ingenerato una regressione delle stesse regole della vita.
Al contrasto ai terroristi, si sono aggiunte le guerre umanitarie, l’etnocidio, tutte terminologie atte a giustificare le opere di prevenzione ai possibili pericoli causati da nemici potenzialmente pericolosi, tutti casi in cui molte sono state le vittime inermi.
Il concetto di pace negativa permane in quegli Stati non in grado di regolare correttamente la forza pubblica a contrasto della delinquenza comune e degli elementi eversivi, sia per inefficienza strutturale, che per il rispetto dei diritti umani dei perseguitati, violati dallo Stato stesso.

