La psicogeopolitica degli errori di valutazione

di Dario Rivolta * –

Alcuni docenti universitari americani hanno avviato un dibattito sulla Real-Politik e su quanto le decisioni prese nel suo nome siano razionali oppure motivate da altri processi mentali. Il tutto è nato dopo la pubblicazione del libro “How States think: the rationality of foreign policy”, firmato dal rispettato docente universitario John Mearsheimer e dal suo collaboratore Sebastian Rosato. I due autori ritengono che, nel fare le loro scelte di politica internazionale, tutti i politici partano dalla percezione di una necessità nell’ “equilibrio di potere”. Pensano che sia con assoluta razionalità mirante a questo obiettivo che Putin ha invaso l’Ucraina, gli Stati Uniti l’Iraq, Hitler iniziato la guerra e l’inglese Chamberlain accettato, senza opporsi, che i nazisti potessero annettere gran parte della Cecoslovacchia nel 1938.
Chi contesta questo ragionamento ritiene invece che, soprattutto nel caso degli autocrati, le scelte effettuate dipendano principalmente da altri fattori come ad esempio il bisogno di distogliere l’attenzione del proprio popolo da altri problemi (viene citato il caso dei generali argentini in merito alla Falkland) o da emozioni del momento, oppure di esibire la propria forza verso presunti nemici politici o ancora, più semplicemente, da caratteri nevrotici.
Il “realismo” come visione della politica ha avuto nel secolo scorso degli eminenti rappresentanti quali, ad esempio, gli americani George Kennan e Harry Kissinger. Costoro hanno sempre ritenuto che gli Stati si comportino (e debbono farlo) seguendo una logica inesorabile, indispensabile per massimizzare il potere del loro Stato e proteggersi dagli attacchi in un mondo che, in barba al cosiddetto “diritto internazionale”, è in realtà anarchico. Inseguire fumosi “ideali” o determinati “principi morali” sarebbe assurdo e controproducente. Con una lettura molto diversa stanno invece coloro che attribuiscono a ragioni di psicologia individuale o a puri motivi di politica interna i comportamenti e le scelte prese dai vari capi di governo. In Italia un grande psicologo sociale purtroppo sottovalutato, Luigi De Marchi, scrisse (tra l’altro) il libro Psicopolitica proprio evidenziando le caratteristiche psicologiche di alcuni famosi uomini politici che, magari inconsciamente, li spingevano a commettere certi atti.
Oggettivamente, nonostante sarebbe molto meglio che le decisioni in politica siano sempre e soltanto logiche e razionali, non si può affatto escludere che fattori psicologici, individuali o sociali, contribuiscano in larga parte a determinare scelte che provocano ripercussioni a volte catastrofiche per tutti.
D’altra parte è sotto gli occhi di tutti anche l’influenza che una opinione pubblica che si autoalimenta e cresce soltanto in una certa direzione ha sull’atteggiamento dei politici e, spesso, anche dei magistrati. Altre volte non sono né la pura razionalità né la psicologia a spingere verso certe decisioni ma sono pressioni (non sempre evidenti a tutti) che arrivano da parte di terzi sotto forma di ricatto politico. Un esempio concreto di quest’ultima condizione è l’atteggiamento preso dal governo Meloni sul conflitto Russia-Ucraina. Partita in campagna elettorale con una posizione filo-russa e dubbiosa verso la Nato, per mantenere solido e sicuro il proprio governo la presidente del Consiglio ha cambiato radicalmente posizione senza sentire il bisogno di giustificarsi. Chi sa chi o cosa l’avrà costretta a cambiare così radicalmente?
Nel dibattito americano gli esempi a favore di una teoria o dell’altra, o dell’altra ancora, sono citati con dovizia.
Chi contesta la tesi degli autori del libro sostiene che il primo ministro britannico Chamberlain avesse prove evidenti che la Germania volesse molto più territorio delle sole Boemia e Moravia e fosse pronto ad usare la forza per ottenerlo. Ciò nonostante, irrazionalmente, si convinse di poter tacitare e dissuadere personalmente Hitler se avesse concesso quella prima annessione. Un altro esempio di evidente non razionalità riguarda la guerra arabo-israeliana del 1973. Tanti osservatori presumono che gli israeliani avessero informazioni dalla loro intelligence che gli stati arabi stessero progettando un attacco proprio per quell’anno. Il governo di Tel Aviv tuttavia pensò “irrazionalmente” che i suoi vicini non osassero invadere Israele essendo in netta inferiorità aerea e ignorò quindi l’evidenza, lasciandosi cogliere alla sprovvista. Naturalmente nel dibattito vengono citati molti altri esempi a conferma della tesi sostenuta, sia da una parte che dall’altra.
Una cosa che da entrambi i fronti non viene messa sufficientemente in evidenza è che anche chi agisce per motivazioni dimostratesi con il senno di poi “non razionali”, nel momento in cui decide si convince, magari mentendo anche a sé stesso, di agire in base a ragioni prettamente razionali.
Ciò che, a mio giudizio, manca nei ragionamenti dell’uno o dell’altro è che in politica internazionale (e anche nazionale), perfino le scelte più razionali possono essere, sin dall’inizio, frutto di un errore di valutazione e portare a conseguenze contrarie a quelle attese. La vera ragione di questi errori è che le variabili sono sempre così numerose ed imprevedibili da mutare completamente il quadro immaginato in partenza.
Succede la stessa cosa quando nelle imprese economiche si preparano i business plan: ogni studio di questo tipo deve necessariamente partire da assunti che, almeno in parte, non possono essere altro che puramente ipotetici. Per quanto si cerchi di essere più realisti e concreti possibile, esiste sempre un’alea dovuta proprio a variabili non prevedibili. Anche in tempi recenti abbiamo visto quattro importanti situazioni che dimostrano quanto io stia affermando.
Il primo è la vicenda dell’invasione della NATO in Afganistan. In quel caso gli obiettivi erano due: l’eliminazione di al-Qaeda e l’instaurazione di un sistema democratico nel Paese. La intrinseca e storica mancanza di empatia degli americani verso le altre culture non ha consentito loro di considerare adeguatamente la storia e la cultura del popolo afgano né la complessità delle lotte tribali locali. L’esito è conosciuto. “Razionalità” parziale, dunque.
Il secondo. Uguale mancanza di empatia, accompagnata da una circostanza particolare quale la totale inadeguatezza al compito da parte del provvisorio capo di Stato dell’Iraq “liberato” Paul Bremer, ha fatto sì che un iniziale entusiasmo di gran parte della popolazione verso i “liberatori” si trasformasse presto in un forte sentimento antiamericano e favorisse la nascita di un gruppo jihadista estremamente violento, l’ISIS.
Un terzo caso di errore di valutazione, pur all’interno di un quadro del tutto razionale, è dimostrato dall’invasione russa dell’Ucraina. Putin era convinto dalle informazioni ricevuto dallo FSB, e grazie alle cospicue somme di denaro impiegate per corrompere politici e funzionari ucraini (e per la supposta appartenenza culturale di gran parte della popolazione locale con la Russia) che, all’ingresso delle prime truppe in quel territorio si sarebbe verificata una sollevazione che avrebbe obbligato il governo di Kiev a dimettersi ed essere sostituito da uno amichevole ed accomodante con il quale negoziare un accordo favorevole agli invasori. L’autocrate russo non aveva calcolato due variabili importanti a lui sconosciute: che una parte del denaro dedicato alla corruzione non arrivasse mai alle destinazioni volute e si fermasse nelle tasche di chi doveva elargirli (o distribuirli) e che un decennio di pesantissima campagna antirussa in tutto il Paese aveva eliminato, o almeno sopito in gran parte, quei sentimenti di fratellanza su cui contava. Un’ulteriore variabile era quanto le armi e l’addestramento NATO avessero già permeato le forze armate locali.
Una quarta (tra le molte citabili) situazione che dimostra quanto anche la pura “razionalità” non basti (per quanto basata su apparenti “razionali” premesse) è ciò che succede in Gaza. Hamas aveva previsto che Israele in qualche modo avrebbe reagito e proprio per questo si è munita di centinaia di ostaggi. Il loro calcolo era che la presenza di questi prigionieri nelle loro mani (e la supposta necessità degli israeliani di preservare le loro vite) sarebbe bastata ad obbligare Tel Aviv ad una reazione più di facciata che sostanziale ed avrebbe costretto Israele ad un nuovo tavolo negoziale. Come prevedere una reazione così spregiudicata a scapito delle vite degli stessi ostaggi?
La conclusione che possiamo trarne è che razionalità, psicologia o nevrosi possono essere tutte importanti per la presa di una decisione, ma il risultato che se ne potrà ottenere dipenderà da variabili che anche i più ferrati analisti non potranno mai cogliere nella loro totalità.
Questa considerazione non vale solo per i fatti bellici sopra citati o per altri dello stesso tipo ma andrebbe osservata anche da tutti quei “complottisti” che immaginano che esistano una o più menti, magari in sintonia tra di loro, che stanno decidendo il futuro di tutta l’umanità. Pensare che le varie Bilderberg, o Davos, o Big Pharma, o chiunque altro stia pilotando il mondo in una direzione da loro pensata e voluta è la stessa illusione di coloro che attribuivano al “Capitale” e alle sue logiche la spiegazione di tutto quanto succede in economia. Se anche mai, cosa a cui personalmente non credo, esistesse un qualche “grande fratello” di quel tipo, proprio il numero di variabili infinito e imprevedibile è una garanzia che quell’ipotetico “disegno” non potrebbe mai riuscire.

* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.