di C. Alessandro Mauceri –
Qualche settimana fa è emerso in modo evidente che lo scontro tra USA e Russia non si sarebbe svolto su fronti tradizionali (del resto, come ormai consuetudine, gli USA attaccano solo Paesi molto più deboli di loro sia dal punto di vista economico che, soprattutto, sotto il profilo militare). La Russia, invece, seppure con mille problemi interni e con un’economia certo non fiorente, è pur sempre un avversario militarmente temibile. Il conflitto deve quindi avvenire su altri fronti, come ad esempio quello diplomatico e quello degli organismi internazionali.
A marzo l’Unione europea ha congelato i beni del deposto presidente ucraino, Viktor Yanukoych, e di altre 17 persone, e la stessa cosa ha fatto la Svizzera. Non a caso il provvedimento, è stato ufficializzato poche ore prima che si aprisse il vertice europeo straordinario dedicato all’Ucraina.
La risposta della Russia non si è fatta attendere. E su più “fronti”. Innanzitutto ha minacciato di ritirare parte dei propri depositi presso il FMI. Nei giorni scorsi, poi, Putin ha risposto all’attacco anche su un altro fronte. Ha sottoscritto un accordo con la Cina per la fornitura di gas. L’accordo tra la russa Gazprom e la cinese Cnpc è stato siglato dopo una trattativa durata quasi un decennio e avrà un controvalore di decine di miliardi di dollari. L’importanza strategica di questa misura è certamente non indifferente dato che fornisce alla Russia un mercato di sbocco alternativo alla UE.
Ieri l’ultima “risposta” della Russia al tentativo di imporre la propria sovranità in Ucraina da parte di altri Paesi: Vladimir Putin e i presidenti del Kazakistan e della Bielorussia, Nursultan Nazarbaiev e Aleksandr Lukashenko, hanno firmato un trattato per la creazione di uno spazio economico unico fra i tre Paesi a partire dal primo gennaio 2015. Putin ha parlato di firma “storica” che “permetterà la creazione di una potente area di sviluppo economico”. Non solo, ma pare che a breve la Commissione Economica Eurasiatica includerà nella zona di libero scambio anche la Siria…..
E mentre in Italia c’è chi festeggia per i risultati delle elezioni, nessuno dice che secondo alcune notizie circolate proprio nei giorni scorsi, l’Italia potrebbe essere tagliata fuori dal progetto per la realizzazione del gasdotto che dovrebbe portare gas (di cui siamo ormai dipendenti quanto e forse più che del petrolio), dalla Russia all’Europa. Si tratta del progetto che prevede la costruzione del gasdotto per la fornitura di gas russo ai Paesi europei. L’iniziativa, che vede il coinvolgimento di Eni e Gazprom prevedeva un percorso che, in un primo momento, avrebbe dovuto raggiungere gli altri Paesi europei passando per la Puglia e attraversando poi il resto d’Italia. Secondo le ultime informazioni invece ci sarà un cambiamento di percorso e il gasdotto passerà non entrerà in Europa attraverso la Puglia ma attraverso la Croazia e l’Austria, patria di molti interessi russi.
E c’è chi dice che dietro questa decisione ci sia anche, almeno come concausa, il cambio al vertice tra Letta e Renzi. Forse è solo una casualità, ma di certo l’avvicendamento dei vertici di ENI voluto da Renzi poco dopo il passaggio delle consegne di Letta potrebbe essere stato un tentativo di mantenere intatti i legami con la Russia. A quanto pare però con scarsi risultati. Non a caso Putin so è detto pronto a sospendere da giugno le forniture del gas in Europa, se l’Ucraina non pagherà subito il suo debito.
L’unica cosa certa è che, in questo modo, Putin ha mosso un’altra pedina sullo scacchiere sempre più articolato degli approvvigionamenti energetici dell’Unione Europea e su quello della spartizione dei poteri a livello globale . E di certo di queste mosse non beneficeranno né degli USA né, tanto meno, l’Italia.

