di Giovanni Caprara –
La condotta dell’operazione “Bandiera Protettiva” è insolita: il belligerante che ha un vantaggio a livello tecnologico ed operativo, di solito tende ad accelerare il conflitto per far valere la sua predominanza. Al contrario, la Nazione ebraica sembra essere prudente, quasi riflessiva. È promotrice di tregue umanitarie e tende a prolungarle, comportamento che dovrebbe appartenere ad Hamas, tecnicamente e militarmente meno preparato, ma al contrario, quest’ultimo dimostra una aggressività ed una determinazione soliti di un attore statuale.
Il conflitto è definibile come asimmetrico: L’asimmetria fra i contendenti è nella difformità di possesso di energia ed informazione, dove l’attore statuale deve possedere l’energia che consenta lo spostamento e/o la modificazione dei sistemi d’arma ed una efficiente struttura di comando e controllo per muovere i propri mezzi e scambiare i flussi di energia. Più semplicemente, nel corso dell’attività bellica, dovrà essere in grado di rinnovare le strategie ed i mezzi.
L’asimmetria, si palesa nel caso in cui i contendenti ricorrano a mezzi dissimili, ad esempio i militari, pertanto una formazione statuale, in contrapposizione a gruppi criminali, terroristi od attori transnazionali.
In realtà, il cambiamento di Israele è iniziato con il riconoscimento della cosiddetta Striscia di Gaza. La logica di questo, probabilmente, è in una scelta precisa: è preferibile confrontarsi con uno stato confinante debole, piuttosto che con un attore non statuale forte. O meglio, è più facile combattere un nemico il cui territorio sia delineato dai confini, piuttosto che un antagonista senza volto e patria. Questo aiuta ad identificare siti strategici da colpire, formazioni militari da affrontare ed un territorio da invadere.
L’obiettivo è nei tunnel usati dai guerriglieri per introdursi furtivamente in Israele, e sinora ne sono stati identificati e distrutti 32. Una non solita campagna militare per un esercito che tra interventi limitati o guerre dichiarate, ha avuto sempre come unico scopo l’annientamento degli avversari. Il cambiamento della strategia israeliana, è ipotizzabile sia causato da motivi economici: il rientro in servizio di un singolo riservista, pare abbia un costo di 175 dollari al giorno, e per terminare la minaccia di Hamas, sarebbe necessario mobilitare almeno 40.000 riservisti, oltre ai 15.000 già in armi. A ciò si aggiungerebbero gli esborsi per mantenere operativi i mezzi terrestri ed i velivoli F-15, F-16 ed Apache, oltre ai droni e gli aeromobili AWACS per monitorare il teatro della battaglia; il tutto varrebbe circa 60 milioni di dollari al giorno. Un costo che si trasmuterebbe nella fine assoluta di Hamas, ma che Israele al momento non pare voglia investire. La macchina bellica costruita a Gaza non è trascurabile, missili M-302 di derivazione cinese consegnati dall’Iran, razzi Kassan e Grad a corto raggio saccheggiati all’esercito libico e quant’altro possa provocare ingenti danni ad Israele, anche se protetto dal sistema d’arma Iron Dome. Forse la scelta più significativa è quella di alcuni giovani israeliani che hanno rifiutato la chiamata alle armi, probabilmente la globalizzazione e l’iperconnessione sono responsabili del cambiamento della coscienza di parte di essi. Le immagini dei bambini privi di vita in questi conflitti asimmetrici, hanno indotto i giovani israeliani alla difficile scelta, ma è una guerra mediatica che Hamas sta combattendo e vincendo. In realtà è solo un vile sfruttamento dei civili a servizio della propaganda di una formazione terroristica che li usa come scudi, costringendoli a non lasciare le abitazioni se non addirittura obbligandoli a salire sui tetti. Le operazioni militari di Israele sono state feroci e determinate ma sempre di autodifesa, dopo aver subito un attacco o come risposta a minacce credibili e fondate.
Questo non assolve completamente la coscienza del popolo ebraico e non giustifica gli atti di violenza, ma aiuta a comprendere la politica sionista. La guerra è oramai diventata mediatica e quest’ultimi sono in grado di far decretare al pubblico quale fazione sia nel giusto, ed Hamas è in vantaggio sul suo nemico storico. In Israele è obbligatoria la leva e disattendere questa direttiva statale significa la prigione, ma è traducibile nel tradimento della causa sionista e dell’identità ebraica. Pertanto il gesto dei 50 obiettori di coscienza assume un significato rilevante e palesa come il bruco della disinformazione di Hamas abbia inferto un duro colpo alla comunità israeliana.
Il popolo ebraico era definito come un intera nazione in armi, i militari di un battaglione vivevano nello stesso quartiere, in modo da poter essere mobilitati più velocemente ed avevano una incredibile capacità di riconversione dei mezzi militari. Strategie efficaci come nella guerra dei Sei Giorni, o risposte immediate quale il conflitto dello Yom Kippur sembrano lontane. Israele non ha più gli strateghi di quel periodo ed i suoi militari hanno perso lo spirito di Patria e l’autodeterminazione, pertanto sarà difficile il ritorno ai momenti di gloria della liberazione degli ostaggi all’aeroporto di Entebbe o dimostrazioni di forza come la distruzione di Osirak Uno. Hamas è stato il primo a capirlo.

