di Enrico Oliari –
La Scozia resta britannica. Ed in modo convinto, dal momento che il “no” all’indipendenza ha vinto con il 55,4% dei voti. Secessione sfumata, tutto resta come prima: britannico è e sarà il petrolio estratto nel mare del Nord, britanniche le aziende e le banche, come la Rbs, che aveva stragiurato l’emigrazione in caso di vittoria del “sì”. E britannica resterà la Union Jack, la bandiera, britannica la moneta, britannica la regina. Anche i 17 miliardi di sterline che in questi giorni sono “fuggiti” verso sud, potranno ora rientrare a casa loro, certi che l’Impero britannico non tramonterà, almeno per un bel pezzo, su Glasgow ed Edimburgo.
Il sogno di Alex Salmond è svanito, anche se resta la soddisfazione di aver portato a casa maggiore autonomia (Cameron parla di Devolution) e comunque di aver ravvivato ancora una volta quel sentimento identitario che è un valore aggiunto in quell’Europa dei popoli, che, forse, s’ha ancora da fare.
Delusi gli indipendentisti catalani, bretoni, corsi, veneti, e persino i leghisti nostrani, che fino all’ultimo non avevano capito se il loro leader, Matteo Salvini, avesse dovuto recarsi ad Amburgo, Strasburgo o Edimburgo, nonostante il “sì” scozzese, progressista ed europeista, fosse ben altra cosa rispetto al credo della religione del dio Po.
Ancora prima della conclusione dello spoglio, il premier britannico, David Cameron, si è “congratulato con Alistair Darling (laburista, ex cancelliere dello Scacchiere e leader del fronte del No, ndr) per una campagna ben condotta”, mentre la scozzese Nicola Sturgeon, fautore dell’indipendenza, ha detto alla Bbc che il risultato rappresenta una “sconfitta grave, tanto personale che politica”, per poi aggiungere che però, con questo referendum, “il Paese è cambiato per sempre”.
“Accetto il verdetto del popolo e invito la Scozia ad accettare la volontà democratica del popolo scozzese”, ha dichiarato Salmond con un’evidente delusione scritta in volto.

