di Roberto Marraccini –
Domenica in Svizzera si terranno le elezioni federali per il rinnovo del Parlamento o, come più puntualmente viene definita dalla Costituzione elvetica, Assemblea federale (formata dal Consiglio nazionale, equivalente della Camera dei deputati in Italia, e dal Consiglio degli Stati, cioè quello che è il nostro attuale Senato). Due camere legislative che, per inciso, hanno eguali poteri legislativi, dando vita, pertanto, ad un bicameralismo perfetto che invece altrove si vorrebbe cancellare. Comunque, senza entrare in analisi istituzionali e di ingegneria costituzionale, cerchiamo di capire che importanza hanno queste Elezioni politiche generali non solo per la Svizzera ma anche per gli equilibri geopolitici futuri dell’Unione europea.
Stando ai sondaggi l’UDC, partito conservatore di destra fondato nei primi anni settanta del secolo scorso dall’imprenditore zurighese Cristoph Blocher, è favorito e nettamente in testa. In queste settimane di campagna elettorale il dibattito politico si è concentrato quasi per intero sulla forza elettorale che avrà la destra e se questa sarà sufficiente per farle guadagnare il secondo Consigliere federale (ministro) all’interno della compagine governativa. Oggi infatti nel Consiglio federale, cioè il governo elvetico, siedono tre membri di centro-destra, uno dell’UDC e due del PLR – Partito Liberale Radicale, due di centro, uno dle PPD e uno del PBD, il Partito borghese democratico nato da una scissione interna all’UDC nel 2008, e due membri del PS, che attualmente esprime il presidente della Confederazione, Simonetta Sommaruga.
Il risultato delle elezioni politiche in ogni caso sarà importante anche e soprattutto per i futuri rapporti di collaborazione e cooperazione tra la Svizzera e l’Unione europea. Il rapporto Svizzera-Ue non è mai stato né scontato né tanto meno automatico. È sempre stato molto travagliato, quasi problematico. La Svizzera, paese centrale dell’Europa, avrebbe tutte le carte in regola per divenire un nuovo Stato membro dell’Ue. Il governo elvetico presentò ufficialmente la domanda di adesione nel 1992, ma dopo l’esito negativo del referendum del 6 dicembre dello stesso anno relativo all’accordo sull’integrazione della Confederazione elvetica nello Spazio economico europeo, la candidatura venne congelata e riposta nel cassetto. Tutto ciò potrebbe far pensare ad una ritrosìa e ad un rifiuto congenito degli svizzeri nei confronti dell’Unione europea e delle istituzioni sovranazionali. Ma questo, nella sostanza, non è del tutto corretto. Occorre rammentare poi che, anche per via della propria neutralità, la Svizzera ha, in passato, sempre privilegiato la strada della mediazione e della negoziazione, senza aderire direttamente ad organizzazioni internazionali che ne potessero limitare la sovranità; esempio è l’adesione all’ONU, avvenuta solo nel 2002.
Nel programma elettorale dell’UDC per queste Elezioni federali è scritto chiaramente come la paventata ipotesi di una futura adesione della Svizzera all’Ue sia un disegno da combattere, per preservare l’indipendenza e la sovranità elvetica: “Questo progetto portante alla sottomissione e alla dipendenza deve perciò essere impedito. La Svizzera deve conservare la sua indipendenza, al fine di poter salvaguardare il suo benessere e il suo successo economico” (come ebbe a dire l’UDC – il partito per la Svizzera. Programma del partito 2015-2019, pag. 13). Ma è proprio dal punto di vista economico-commerciale che la Svizzera, non da oggi, si chiede se restare fuori dall’Ue sia un fattore di vantaggio oppure uno svantaggio nel medio-lungo periodo. L’Ue è il primo partner commerciale della Svizzera. L’80% delle importazioni svizzere arrivano dall’Unione europea, mentre se volgiamo lo sguardo alle esportazioni vediamo che il 60% è rivolto proprio all’Ue. Se poi analizziamo gli scambi di servizi, la Svizzera è il terzo partner economico dell’Ue in ordine di importanza.
La Svizzera è il più limpido esempio al mondo di cosa significhi vivere in un sistema davvero federale e di democrazia partecipativa. È un Paese multiconfessionale dove convivono cattolici e protestanti e che vede la coesistenza, sempre per dettato costituzionale (articolo 4 della Costituzione federale), di quattro lingue nazionali riconosciute (tedesco, francese, italiano e romancio). È poi un Paese molto variegato al suo interno per vocazione economica e per cultura. Ma tutto ciò non ha impedito ai singoli Cantoni di mettere da parte alcuni pezzi della loro sovranità per unire le forze in funzione di un comune destino: la propria libertà e il reciproco aiuto in caso di attacco esterno. Ciò che accomuna tutti gli svizzeri, da più di 700 anni ormai, è il profondo attaccamento alle proprie istituzioni: è il legame federale che nasce appunto dal Patto perpetuo del 1291 (Patto del Grütli), festeggiato ogni anno con profondo orgoglio e sincera fierezza. Con questo spirito di unità, di attaccamento ai propri valori, la Svizzera è riuscita ad unire popoli diversi che si sentono fieri proprio della loro comune appartenenza, pur nella loro evidente diversità: essere svizzeri. Le singole diversità infatti non rappresentano un ostacolo alla creazione di un legame forte tra i cittadini dei vari Cantoni ma, al contrario, è proprio nel sentirsi profondamente uniti da determinati valori di fondo che si crea quello “spirito federale elvetico” che è unico al mondo.
È questo l’insegnamento che l’Unione europea dovrebbe imparare dalla Svizzera. Anche l’Ue, quando nacque come idea concreta dopo la Seconda guerra mondiale, aveva come finalità unire i popoli d’Europa. Oggi però di quel sogno e di quell’ideale resta ben poco. Restano i problemi, economici e di rapporti tra i singoli Stati membri e di cosa fare sul piano internazionale, che impediscono di compiere quel passo decisivo verso l’unità politica del continente. Per questo occorre osservare con lucida attenzione ciò che ci pone davanti ai nostri occhi la Svizzera ed analizzare più in profondità come si evolverà nel prossimo futuro il rapporto Svizzera-Ue. Un rapporto biunivoco, quello tra la Confederazione e la Ue, forte e quasi indispensabile per entrambe le parti, quasi irrinunciabile; anche perché la Svizzera è – forse – il Paese che più di ogni altro incarna i veri princìpi cardine che hanno fatto scaturire l’idea di unità europea: il federalismo, il richiamo non vago ma bensì diretto e voluto alla religiosità nel Preambolo della Costituzione (In nome di Dio onnipotente…), la valorizzazione della democrazia diretta quale strumento per il funzionamento delle istituzioni al servizio dei cittadini. Nella sostanza, la realizzazione del motto dell’Unione europea: unità nella diversità. Un caposaldo che l’Ue deve fare proprio per essere finalmente quell’attore globale che agisce nel contesto geopolitico mondiale con la piena consapevolezza di poter fare la differenza.

