di Mario Sommossa –
Chi è davvero Erdogan? Dove sta andando la Turchia? Dobbiamo continuare a considerare quel Paese un alleato o un avversario? E soprattutto, ha un senso continuare a trattarlo come Paese candidato a entrare nell’Unione Europea?
Fino ad alcuni anni orsono queste domande sarebbero sembrate pura retorica perché il Paese anatolico sembrava il perfetto punto di collegamento tra l’Europa e il Medio Oriente. Ci eravamo convinti che la gestione del potere da parte dell’Akp, pur trattandosi di un partito dichiaratamente confessionale, fosse come da noi era la Democrazia Cristiana e cioè un equilibrato punto d’incontro tra fedeli e laici.
Come ci sembrava diverso dagli Stati teocratici quali sono l’Iran e l’Arabia Saudita!
Anche la volontà di dialogo con le minoranze curde (perché con gli armeni i conti storici, comunque, non li volevano fare), era apparsa ben augurante e sembrava un totale cambiamento di rotta rispetto ai governi precedenti.
L’Europa, nonostante l’opposizione di alcuni Paesi e in primo luogo di Germania e Francia, aveva iniziato un processo di avvicinamento che ha portato la Turchia a diventare candidato ufficiale per l’adesione. Come previsto in questi casi, da Bruxelles ad Ankara si cominciarono a travasare miliardi di euro per facilitare l’adeguamento delle locali Istituzioni agli standard giudicati necessari per i Paesi membri. Tra il 2004 e il 2006 furono dati alla Turchia almeno un miliardo e settecento milioni. Tra il 2007 e il 2013 altri due miliardi e mezzo, mentre per il periodo 2014-2020 sono già previsti quattro miliardi e mezzo di euro. Come se non bastasse, la Bei (Banca europea per gliminvestimenti) ha erogato finanziamenti per undici miliardi e mezzo, mentre ulteriori due miliardi e trecentomila euro sono stati regalati dalla Commissione per aiutare la nascita e lo sviluppo delle piccole-medie aziende turche.
Quando Erdogan salì al potere, la Turchia era uno Stato ove la maggioranza della popolazione era di religione islamica, ma tutte le istituzioni e gli enti pubblici erano assolutamente laici e qualunque religione era libera, al pari di quella maggioritaria. Oggi, attraverso un processo dapprima sotterraneo e poi sempre più evidente, la situazione si è capovolta: gli atti d’intolleranza nei confronti delle altre religioni si sono moltiplicati, alcune leggi che garantivano la laicità pubblica sono state sostituite con altre che rendono più difficile le libertà di comportamento e perfino la vendita di alcolici è fortemente scoraggiata con leggi punitive e violenze. Nello stesso tempo, con la motivazione di ridurre il ruolo politico dell’esercito e della magistratura, il “Sultano” ha sostituito tutti i capi dell’esercito e i vertici degli organi giudiziari con personale a lui fedeli e, in molti casi, con membri del suo stesso partito. Non basta: i giornali di opposizione vengono chiusi uno dopo l’altro e i giornalisti arrestati; i gruppi economici “amici” sono gli unici che ottengono appalti e che possono svilupparsi mentre gli altri sono penalizzati in vari modi e, in qualche caso, costretti a chiudere. Anche il dialogo con i curdi, avviato, apparentemente su una strada virtuosa, di là delle promesse non ha mai portato a nulla di concreto e addirittura sono ripresi i bombardamenti contro quel Pkk che aveva sospeso le ostilità. Oggi i curdi di Turchia subiscono continue angherie di vario genere compresi gli attentati in cui è molto, ma molto difficile, immaginare l’estraneità dei servizi segreti. L’ultimo caso è l’assassinio del noto avvocato curdo Tahir Elci, che si batteva per i diritti civili di questa minoranza. Alcuni magistrati che avevano scoperto una vasta rete di corruzione nel governo e nella stessa famiglia di Erdogan sono stati arrestati e sostituiti con giudici compiacenti.
Ma i soldi erogati, le numerose missioni, gli investimenti privati arrivati in massa, non dovevano servire a rendere lo Stato turco omogeneo agli “acquis” europei?
La verità è che, nonostante una gran parte della popolazione lo desiderasse, Erdogan non ha mai veramente voluto che la Turchia entrasse nell’Unione: ha semplicemente usato la prospettiva dell’ingresso per fare piazza pulita dei suoi oppositori, per tacitare i suoi concittadini e, contemporaneamente, per rilanciare l’economia con le facilitazioni che il processo di adesione gli garantiva. In altre parole si è trattato di un escamotage per il perseguimento del suo personale desiderio di potere.
La dimostrazione di ciò si vede con ancora maggiore evidenza se si osserva la politica estera turca. Nonostante il Paese sia membro della Nato e dovrebbe, almeno teoricamente, agire di concerto con l’Europa, la strategia perseguita dal “Sultano” è tutt’altro. Basta ricordare la rottura dei rapporti con Israele, il rifiuto di far transitare le truppe alleate nella guerra contro Saddam Hussein, il desiderio di espansione neo-ottomana e altro ancora. Tuttavia, il colmo dell’ipocrisia è stato raggiunto quando, approfittando di un accordo con gli Usa pensato per combattere l’Isis, ha cominciato invece a bombardare i curdi siriani e cioè l’unica forza di terra che, fin qui, ha saputo sconfiggere il gruppo terrorista. A ben guardare non c’è da stupirsi: lo scorso anno due generali dell’esercito turco fermarono (per errore?) nella loro area di competenza un convoglio diretto in Siria verso la zona tenuta dai terroristi. Quei mezzi pesanti, anziché il materiale umanitario dichiarato, trasportavano armi. E anziché premiarli, i due furono arrestati con l’accusa di tradimento e incarcerati. La stessa sorte è toccata ai giornalisti che avevano diffuso la notizia. Anche a Kobane il presidente turco Recep Tayyp Erdogan ha impedito, nonostante le pressioni internazionali, che ai curdi assediati arrivassero gli aiuti indispensabili, nel mentre i suoi ospedali curavano i guerriglieri islamisti feriti e ne favorivano, ove possibile, il ritorno al fronte. Secondo svariate fonti, attraverso la frontiera passa il contrabbando di petrolio e di materiale archeologico trafugato, rimpolpando così le casse già piene dei jihadisti.
La maschera è stata definitivamente gettata pochi giorni fa con l’abbattimento del jet russo. Se anche sconfinamento ci fosse stato, non si trattava forse di un aereo in azione di guerra contro quelli che dovrebbero essere nemici comuni?
Che dire? La Turchia oggi ci ricatta con la questione dei profughi e chiede, per fermarne il flusso verso l’Europa, altri soldi, nessun visto e vantaggi per le negoziazioni d’ingresso nell’Unione. Anche se la nostra necessità di controllare il previsto milione e più di nuovi arrivi è evidente, quale affidamento si può fare su chi ha dimostrato di avere ben altri comportamenti e obiettivi rispetto ai valori e alla strategia di noi europei? Assistere alle moine e al corteggiamento di questi giorni a Bruxelles verso il primo ministro turco è deprimente e ci fa vergognare.
Purtroppo, la nostra Europa è troppo piena di politici con scarsa personalità, più preoccupati di non scontentare nessuno che di identificare i nostri veri interessi e pensare strategicamente. Tuttavia, presto o tardi, qualcuno dovrà cominciare a pensare dove stiano i nostri reali interessi e quali debbano essere le nostre alleanze veramente utili. Forse sarebbe ora di smetterla di regalare i soldi dei nostri contribuenti a dei criminali travestiti da agnello e vedere solo i dittatori, veri o presunti, che ci vengono additati da altri.
Avremo, prima o poi, il coraggio di sceglierci da soli i nostri amici?

