di Dario Rivolta * –
Che l’aereo russo abbattuto dal missile turco abbia veramente sconfinato o no è del tutto ininfluente sui motivi dell’accaduto. Anche accettando per buona la rilevazione ufficiale dei radar turchi, tale sconfinamento sarebbe durato diciassette secondi: troppo poco per giudicarlo un pericolo per la sicurezza nazionale. Infatti, la decisione di Ankara di abbatterlo ha alle spalle una precisa e studiata volontà politica.
Tutto deriva dagli attentati di Parigi e dalla conseguente decisione della Francia di coordinare anche con la Russia la propria “guerra” contro l’Isis. Con quest’atto, per la prima volta, s’infrangeva l’ostracismo all’azione russa in Siria imposto dagli americani a tutti i suoi alleati e si legittimava oggettivamente Mosca perfino di là dalla richiesta di aiuto da Damasco.
E’ evidente che gli interessi turchi e quelli russi in merito alla Siria erano e sono confliggenti: i primi vogliono a tutti i costi liberarsi di Bashar al-Assad e del regime alawita, sia per allargare la propria mano “protettrice” sulla Siria di domani, sia per eliminare l’influenza iraniana che, grazie all’attuale governo di Damasco, riesce a giungere fino al Libano. I russi, da parte loro, vogliono garantirsi la presenza nel Mediterraneo attraverso le proprie basi di Tartous e Latakia e, contemporaneamente, puntano a esser decisivi nella scelta della soluzione per il dopo la fine dei conflitti in corso. I primi sponsorizzano i gruppi insurrezionali, i secondi il Governo in carica. Anche se, nelle dichiarazioni ufficiali di entrambi, l’ISIS sarebbe il nemico comune, per i turchi è molto più importante “ridimensionare” i curdi che eliminare i terroristi.
Anche sul “dopo” non ci può essere accordo. Se si riuscirà a mantenere la Siria unita, ci sia o no al-Assad, e gli alawiti e i loro alleati continueranno ad avere un ruolo importante, gli interessi russi e iraniani resteranno garantiti mentre solo con l’eliminazione dal potere delle attuali classi dirigenti potranno realizzarsi i disegni turchi. In alternativa, qualora il Paese, a causa dell’esito della guerra, non potesse più rimanere uno Stato unico, si creerà una federazione di regioni autonome o, addirittura, a Stati indipendenti. L’ipotesi dello smembramento o della federazione è quanto di peggio Ankara possa temere poiché, in entrambi i casi, nascerebbe una nuova, e anch’essa confinante, realtà curda che diventerebbe un secondo polo di attrazione per i quasi venti milioni di curdi di Turchia. Se i curdi vicini sono tutti “autonomi”, come riuscire a negare anche ai propri uno status similare?
Proprio per tutti questi motivi di contrapposizione, Recep Tayyp Erdogan si è mostrato fortemente irritato già dal primo annuncio degli aiuti russi a Damasco e gli occorreva garantirsi che Mosca fosse totalmente isolata per ridurne le possibilità di successo.
L’abbattimento dell’aereo russo è stato, dunque, una voluta provocazione per suscitare qualche reazione violenta che obbligasse gli altri membri della Nato ad appoggiare la Turchia e confinare la Russia nel ruolo di “nemico” dell’Alleanza anche in quell’area del mondo. Non a caso, il presidente americano Barak Obama è stato immediatamente obbligato a esprimere la solidarietà propria e degli alleati al “sultano” Erdogan, nonostante, subito dopo, sia lui sia gli altri ministri dei Paesi Nato abbiano invitato turchi e russi a stemperare la tensione.
I russi hanno invece saputo reagire con intelligenza rinunciando a ritorsioni belliche immediate. Nello stesso tempo, hanno anche voluto giustamente non sottovalutare quanto accaduto e hanno deciso di colpire la Turchia con mosse economiche: sospensione di tutti i voli charter che portavano migliaia di turisti russi sulle coste turche, maggiori e punitivi controlli doganali sulle merci in arrivo dalla Turchia fino alla proibizione di importare alcuni beni alimentari, hanno preteso scuse ufficiali e, platealmente, Putin si rifiuta di incontrare o parlare con Erdogan fino a che queste scuse non arriveranno. Anche le numerose aziende turche che lavorano in Russia, soprattutto nel settore delle costruzioni, saranno in qualche modo penalizzate.
Anche nel caso, quasi ovvio, di reciprocità, le conseguenze economiche di quanto sopra colpiranno più la Turchia che la Russia poiché, mentre ben il 10% delle importazioni turche totali arriva dalla sola Russia, la quota dell’export russo verso la penisola rappresenta per Mosca solo il 4% del totale.
Il problema maggiore occorrerà per entrambi se lo stato di conflitto dovesse estendersi anche al settore energetico. Oltre a petrolio e carbone, è soprattutto nel gas che si avrebbero le più gravi conseguenze: le forniture verso la Turchia costituiscono il 19 % di quanto Gazprom esporta verso occidente e tale volume per Ankara significa il 56% dei propri consumi. Anche la costruzione di una centrale nucleare (accordo già firmato) e l’ipotetico Turkish Stream (già in forse per altri motivi) potrebbero diventare dei punti di domanda senza risposta.
Purtroppo per Erdogan e salvo fatti nuovi, i calcoli fatti per impedire una collaborazione russo-occidentale nella lotta all’Isis e causare un intervento diretto della Nato in suo soccorso non otterranno il risultato da lui sperato e l’abbattimento dell’aereo potrebbe anche finire con il ritorcerglisi contro.
A conferma di ciò l’apertura francese ai russi è stata coerentemente confermata dal Ministro degli Esteri Fabius che ha sostenuto anche la possibilità di una “cobelligeranza” con il governo di Damasco (nonostante la dichiarazione sia stata in seguito precisata e parzialmente rettificata).
* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.

