di Luca De Angelis * –

Possiamo definire l’aggressione russa in Crimea e alle province orientali ucraine di Donetsk e di Lugansk un crimine di Stato? Ovvero, non tenendo conto della “moralità” dell’intervento della Russia in Ucraina, parametro decisamente soggettivo e che mal si applica ad un fattuale esame degli avvenimenti politici, è possibile definire la condotta del governo di Mosca contraria agli accordi e al diritto internazionale?

In primis va stabilita la definizione di “crimine di Stato”, fondandola su criteri giuridici e obiettivi. Ci pare appropriato pertanto riferirci alla definizione fornita dagli atti e dalle procedure definite dal Tribunale di Norimberga che, operando tra il 1945 e l’anno successivo, portò alla condanna dei criminali nazisti e dei loro misfatti. Il Tribunale di Norimberga fu il primo a stabilire con precisione l’essenza fondante del crimine di Stato. Inoltre, a rafforzare tale momento, le procedure, i risultati e l’intera documentazione prodotta, fu pienamente riconosciuta dall’Unione Sovietica (di cui la Russia si è proclamata erede sotto il profilo giuridico  e finanziario già nel 1991), il cui personale partecipò attivamente alla preparazione del procedimento, alla sua attuazione e alla stesura delle condanne inflitte al termine del processo stesso. Questo ragionamento abbraccia addirittura la retorica della Russia contemporanea che afferma come le azioni degli “insorti” siano atte a controbilanciare l’ideologia “nazionalsocialista” della Junta di Kiev (utilizzando, a mo’ di propaganda, il termine in spagnolo per riportare alla mente dei lettori europei le azioni messe in atto durante e dopo il colpo di Stato in Cile del 1973 e in Argentina).

L’articolo 6 dello statuto del Tribunale definisce la natura del crimine di Stato, con tre passaggi fondamentali che possiamo classificare: a) crimini contro la pace; b)crimini di guerra; c) crimini contro l’umanità.

In particolare il punto 6a chiarisce che per crimini contro la pace siano da intendere “la direzione, la preparazione e l’inizio di una guerra di aggressione o di una guerra in violazione dei trattati internazionali o la partecipazione a un piano concertato o a un complotto  per la realizzazione di uno qualsiasi degli atti di cui sopra”. La Russia si guarda bene dal riconoscere la propria partecipazione diretta al conflitto in atto in Ucraina, ma al di là della necessaria finzione ideologica messa in atto da Mosca, è oggettiva  la violazione del Memorandum  di Budapest del 1994. Russia, Ucraina, Stati Uniti e Regno Unito approvarono e sottoscrissero il passaggio, volontariamente concesso dall’Ucraina resasi indipendente alla fine del 1991, di tutto l’arsenale atomico dislocato nel territorio controllato da Kiev alla Russia. Il terzo arsenale nucleare del mondo in ordine di grandezza fu consegnato alla Russia e in particolare 1000 missili tattici e 2500 testate strategiche insieme all’abbattimento unilaterale di 176 silos che celavano basi di lancio dei missili stessi.  In cambio, le tre potenze nucleari sottoscrissero l’inviolabilità dei confini ucraini nei limiti  esistenti al momento della firma dei trattati. Inoltre si garantì l’Ucraina sancendo l’assoluta astensione da azioni di forza che potessero minacciare l’integrità territoriale ucraina, proibendo anche qualsiasi tipo di pressione economica esterna ai danni dell’Ucraina.

Le azioni di cui si è resa attrice la Russia negli ultimi anni contraddicono pienamente l’accordo raggiunto nel 1994, per confutare il quale non vale utilizzare la finzione retorica di una Russia di Eltsin in preda al caos che non sapesse cosa stesse firmando, visto che l’accordo portava  soprattutto a un rafforzamento della posizione strategica e militare della Russia stessa che acquisiva testate nucleari senza colpo ferire.

Nel corso del 2014 si è assistito allo smembramento del territorio ucraino e a pressioni economiche indebite (chiusura dei rifornimenti di gas, prestiti in caso di abbandono della volontà di firma dell’accordo commerciale con la UE). Tutta la vicenda del cosiddetto ritorno alla madrepatria della Crimea è palesemente una violazione degli accordi sottoscritti nel 1994.

I crimini di guerra si stabiliscono nel successivo comma 6b dello Statuto del Tribunale di Norimberga come “violazione delle leggi e dei costumi di guerra che comprendono l’assassinio, il maltrattamento o la deportazione ai lavori forzati o ad altro scopo di popolazioni civili nei territori occupati,(…) il saccheggio dei beni pubblici o privati,la distruzione senza motivo di città e paesi o la distruzione non giustificata da esigenze militari”. 

È certamente presto per poter fare un bilancio di quanto perpetrato in Crimea o nel Donbass dalle truppe “irregolari” russe fornite di tutto punto di tecnologia in uso all’esercito russo ma schermate dietro il mancato uso di uniformi regolari russe, con mostrine e gradi assenti (altra palese violazione delle leggi e dei costumi di guerra,sancita dalla convenzione dell’Aja firmata nel 1907). Ma sono certamente acclarati e incontestabili gli episodi di discriminazione e la confisca dei mezzi  della popolazione tartara residente da oltre 300 anni in Crimea e della costante minaccia di deportazione in regioni interne alla Russia asiatica. Sono state documentate violazioni, statalizzazioni forzate di imprese private e saccheggi nelle zone sottoposte al controllo delle forze antiucraine e successivamente liberate dall’esercito di Kiev. E non esiste alcuna dimostrazione plausibile che l’aereo civile della Malaysian Airlines abbattuto sui cieli sovrastanti i territori sfuggiti al controllo dell’esercito e del governo ucraino sia stato colpito da un missile in possesso alle forze armate ucraine. Inoltre le cosiddette “autorità” costituitesi nei territori sottoposti a controllo esterno non si sono adoperate ad evitare il saccheggio di beni e proprietà dei civili morti a seguito dell’abbattimento dell’aereo malese. Il numero di soldati ucraini detenuti in territorio russo dopo essere stati catturati in azione di guerra ammontano a 36: detenuti in territorio russo in violazione di tutti i diritti dei prigionieri visto che ufficialmente la Russia non partecipa al conflitto ucraino. 

Alcuni di loro, tra cui la pilota ucraina Nadiya Savčenko sono detenuti addirittura in strutture psichiatriche , in modo doppiamente illegale.

Infine, il comma 6c dello Statuto del Tribunale di Norimberga definisce crimine contro l’umanità “l’assassinio, lo sterminio, la schiavitù la deportazione e ogni atto inumano commesso contro qualsiasi popolazione civile (…) o le persecuzioni per motivi religiosi, politici e razziali (…).” Al momento, con rigore procedurale, va detto che non è emersa nessuna prova che la Russia, indirettamente o meno, si sia macchiata di tali crimini nei territori fraudolentemente annessi o sottratti alla giurisdizione ucraina.

Ad oggi ne emerge dunque che la Russia stia perpetrando un crimine di stato nei confronti dell’Ucraina almeno per aver attentato alla pace regnante tra i due paesi e in riferimento ai comportamenti nelle zone di guerra, cosi’ come vengono definiti dalla giurisprudenza internazionale. La chiara violazione di due clausole su tre di quanto stabilito dal Tribunale di Norimberga come crimine di Stato, pone la Russia in una posizione indifendibile dal punto di vista giuridico agli occhi del resto del mondo.

* Luca De Angelis si è laureato in Scienze Politiche all’Università Cattolica di Milano. Scrive di politica internazionale, in particolare della crisi in Ucraina.