di Enrico Oliari –

E’ un nostro alleato, dobbiamo stare zitti. O forse no, dal momento che altrove si sono fatte guerre per i motivi più fittizi e disparati, come fu per il burqa e per l’esportazione della libertà e della democrazia, per cui ci dicevano che bisognava bombardare i talebani, poi Saddam Hussein, poi Muammar Gheddafi, poi Bashar al-Assad: scelte che paghiamo con le nostre tasse, con i nostri militari morti, con l’immigrazione incontrollabile e con il terrorismo internazionale.

E’ la politica di sempre, quella dei due pesi due misure, che in un mondo dall’informazione globalizzata non funziona più, per cui l’Arabia Saudita risulta essere assai peggio, in termini di diritti civili, delle dittature che noi, con lei, andiamo a combattere.

Fatto sta che oggi nel paese del petrolio, guidato da una monarchia assoluta dove il cristianesimo è proibito per legge, i gay vengono giustiziati e le donne non possono guidare, sono state eseguite 47 condanne a morte.

Riyad ha tenuto a precisare che si è trattato terroristi responsabili di attentati compiuti da al-Qaeda tra il 2003 e il 2006, ma tra loro c’è anche una voce delle opposizioni, il carismatico leader sciita Nimr al-Nimr, il quale lottava per i diritti e contro le discriminazioni della minoranza sciita nella provincia orientale del Qatif. Lo sceicco al-Nimr venne arrestato nel 2012 con l’accusa di “incitamento alla lotta settaria”, cosa che già allora causò proteste contro il regime saudita.

Ha poco peso la reazione dell’Iran espressa già a ottobre dal vice-ministro degli Esteri Hossein Amir Abdallahaan, per cui “i sauditi la pagheranno cara”, dal momento che le cose non funzionano in modo diverso a Teheran, dove le donne possono guidare, ma gli oppositori scomodi vengono perseguitati e vi sono comunque più condanne a morte che in Arabia Saudita.

Nel paese del terzo mondo dei diritti lapidazione, impiccagione e decapitazione possono esservi per vari reati, tra cui omicidio, stupro, rapina a mano armata, traffico di droga, ma anche stregoneria, adulterio, sodomia, omosessualità, rapina su autostrada, sabotaggio e apostasia.

Condannato a morte, ma non tra coloro che sono stati oggi assassinati dallo Stato, anche il 21enne Ali al-Nimr, nipote del primo, richiuso in un carcere saudita per aver preso parte alle proteste della “Primavera araba saudita”, iniziata ma mai finita, rivoluzione stroncata come tante altre di cui in occidente non si parla. All’epoca dei fatti aveva 17 anni.

Tuttavia prima di arrivare al limite della pena capitale, vi sono un’infinità di persone imprigionate e frustate anche per inezie: in ottobre il britannico Karl Andree è stato condannato a un anno di carcere e 350 frustate per essere stato trovato in possesso di bottiglie di vino fatte in casa, mentre il blogger Raif Badawi dovrà scontare 10 anni di carcere e subire mille frustate in 20 settimane per aver “offeso l’Islam”.

Solo l’anno scorso, secondo varie organizzazioni umanitarie, in Arabia Saudita sono state eseguite 157 condanne a morte, 2.200 nel ventennio 1985 – 2005.

Aggiungiamoci pure che l’Arabia Saudita gioca nel torbido in materia di terrorismo internazionale, basti vedere chi oggi vi è dietro il gruppo qaedista Jabat al-Nusra in Siria, per cui ne esce un quadro fastidioso che mostra l’imbarazzante contraddizione di noi occidentali nell’essere disposti a chiudere entrambi gli occhi in cambio di un’alleanza geostrategica che galleggia sul petrolio.

In settembre vi è stata pure la nomina da parte dell’Onu dell’ambasciatore Faisal bin Hassan Trad alla presidenza del Gruppo consultivo del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite: si è trattato di un insulto nei confronti di quei cittadini, se non dei potenti, che nella libertà e nella democrazia credono davvero.

Nella seconda foto: Ali al-Nimr.