di Enrico Oliari –

Il ministro dell’Interno kenyota Joseph Ole Lenku, intervenendo a Radio Bbc, ha fatto sapere l’intenzione del governo del suo paese di non voler sospendere o annullare l’impegno in Somalia contro al-Shabaab, nonostante l’attacco al centro commerciale Westgate di Nairobi compiuto a partire da sabato scorso da un commando terrorista.

Dall’ottobre del 2011 infatti le Forze armate del Kenya si sono unite a quelle del contingente Amisom (African Union Mission in Somalia) ed allo sgangherato Esercito somalo per combattere i guerriglieri di al-Sabaab, eredi delle famigerate Coorti Islamiche ed affiliati ad al-Qaeda: il supporto del Kenya è stato determinante per spingere i guerriglieri, che controllavano persino una parte della capitale Mogadiscio, sempre più a sud, fino alla roccaforte di Chisimaio, dove il supporto determinante della Marina del Kenya ha permesso di espugnare la città nel dicembre scorso.

Da allora è stato un susseguirsi di attentati, l’ultimo dei quali lo scorso 7 settembre a Mogadiscio, dove in un duplice attentato contro un hotel e contro un ristorante sono state uccise 15 persone; il 19 giugno scorso gli al-Shabaab (tradotto, “La Gioventù”) avevano attaccato la sede Onu della capitale somala, uccidendo 11 persone: il portavoce del gruppo, Ali Mohamed Rage, aveva dichiarato a radio Andalus che gli stranieri “non troveranno alcun rifugio sicuro” e che “l’attacco è stato un monito a quegli infedeli che pensano di violare i diritti del popolo somalo in futuro”.

Nel periodo di occupazione delle ampie parti centro-meridionali della Somalia gli al-Shabaab non si sono resi responsabili solamente dell’introduzione forzata dell’Islam e della Sharia, la legge islamica, bensì hanno distrutto la già misera economia, dimostrando l’assoluta incapacità di governare i territori controllati, basti pensare che nel maggio scorso un rapporto stilato dalla Fao e dalla Ong statunitense Famine Early Warning Systems Network parlava di 258mila decessi dovuti alle continue carestie.

L’azione congiunta delle Forze somale, keniote e dell’Amisom ha permesso di riportare sotto il controllo del governo regolare l’intero territorio del paese, ma si stima che ancora oggi i guerriglieri di al-Shabaab possano essere intorno alle 6mila unità.

Lo scorso 16 settembre il Presidente della Repubblica Federale di Somalia, Hassan Sheikh Mohamud, si è recato a Bruxelles per ricevere dall’Unione europea un prestito in tre anni di 650 mln di euro, cifra che si aggiunge agli 1,2 mld già prestati, mentre due giorni dopo è stato a Roma dove ha incontrato il premier Enrico Letta ed il ministro degli Esteri Emma Bonino, la quale ha spiegato che “Il superamento della crisi somala è un fattore essenziale per la sicurezza globale perché il Paese è inserito in una fascia di forte instabilità che va dalle coste della Penisola Arabica all’Oceano Atlantico e costituisce un pericoloso retroterra per criminalità, terrorismo e flussi migratori che finiscono per affacciarsi sul Mediterraneo”. Bonino ha manifestato inoltre la convinzione che la soluzione della crisi somala non possa prescindere dal suo quadro regionale: “Questo quadro” ha affermato la Ministro, “potrebbe essere costituito dall’IGAD (Autorità intergovernativa per lo sviluppo)”, sostenuta dalle Nazioni Unite, dall’Unione Europea, dall’Unione Africana e dai singoli donatori. “Una cosa è certa”, ha continuato la Ministro Bonino, “il nuovo Stato somalo sarà diverso da quello del passato e sosteniamo che debba essere basato su una distribuzione di poteri e competenze equilibrata tra Stato Federale e le diverse Amministrazioni locali”.

Frutto delle tensioni in Somalia è Dadaab (“città nel deserto”), il campo profughi più grande del mondo, anch’esso situato in Kenya, il quale ospita in condizioni precarie se non disperate quasi mezzo milione di somali.

Tornando all’attacco dello scorso 21 settembre al centro commerciale di Nairobi, compiuto vilmente nella “Giornata dei bambini” (e difatti molte vittime erano tali), va detto che la crisi sembra essere risolta nonostante fino a tre giorni dopo si sono sentiti spari.

Sul terreno sono rimasti i corpi di 62 civili e testimoni hanno riferito di clienti dei negozi uccisi in quanto “non parlavano swahili ma una lingua straniera”. Gli ostaggi sono stati liberati grazie all’intervento delle truppe speciali, mentre quasi tutti i membri del commando terrorista risultano essere stati uccisi. Secondo fonti del Dipartimento di Stato Usa tra gli attentatori vi sarebbero anche diversi cittadini occidentali, cosa mai verificatasi prima, e ben tre cittadini statunitensi convertitisi all’islam; con loro anche una britannica, un canadese ed un finlandese, entrati a far parte del gruppo jihadista.  La donna inglese, Samantha Lewthwaite, sarebbe anche la moglie di uno dei membri del commando di terroristi che il 7 luglio 2005 fece esplodere diversi ordigni nella metropolitana di Londra.

Tra le vittime civili il celeberrimo scrittore, poeta e diplomatico ghanese Kofi Awonoor, in Kenya per prendere parte al concorso di scrittura di Storymoja Hay. Awonoor era stato ambasciatore del suo Paese presso le Nazioni Unite.