L’attacco israeliano a Doha

di Shorsh Surme

L’attacco israeliano ai leader di Hamas a Doha non è stato un semplice incidente di sicurezza. Piuttosto ha rappresentato un punto di svolta in un processo complesso in cui i calcoli israeliani si intrecciano con le posizioni americane e l’influenza diplomatica del Golfo. L’attacco, che ha preso di mira il territorio del Golfo e ha suscitato una condanna diffusa, ha spinto Washington a esprimere il proprio disappunto per la mossa israeliana, mentre i funzionari di Tel Aviv hanno rapidamente negato di essere a conoscenza dell’operazione. Questa discrepanza tra dichiarazioni pubbliche e realtà riflette una verità più profonda: che le equazioni non sono più quelle di una volta e che il Golfo ha iniziato ad affermarsi come un attore indiscusso.
Le dichiarazioni di Trump, come riportate dalla stampa, hanno rivelato una chiara frustrazione per il fatto che Israele abbia aggirato il coordinamento precedente, mettendo in imbarazzo Washington di fronte ai suoi alleati del Golfo. Mentre la sicurezza di Israele rimane una priorità assoluta nella mentalità strategica americana, il malcontento pubblico riflette una crescente consapevolezza che le relazioni con gli stati del Golfo non sono più marginali e che aggirarle danneggia gli interessi di Washington. Gli Stati Uniti, la potenza militare dominante nella regione, si trovano costretti a trovare un delicato equilibrio tra la protezione della superiorità convenzionale di Israele da un lato e la salvaguardia delle partnership con il Golfo dall’altro. Da parte israeliana, la negazione di essere a conoscenza dell’operazione da parte di alti funzionari è sembrata un palese tentativo di assorbire la rabbia e mitigarne il costo politico e diplomatico. Israele sta perseguendo una duplice politica: riconosce l’azione sul campo attraverso i suoi chiari risultati, ma la rinnega politicamente per evitare ulteriori pressioni. Questa strategia non è nuova; fa parte della dottrina della “prevenzione e negazione” adottata da Tel Aviv da anni, basata su attacchi preventivi e sulla negazione di rifugi sicuri agli avversari. La novità è che l’operazione si è svolta nel cuore di una capitale del Golfo, rendendo le sue ripercussioni più ampie e significative sulla scena internazionale.
La dimensione più importante in questa equazione è l’influenza del Golfo. Il semplice fatto che Washington si sia trovata costretta a esprimere disappunto e che Israele abbia fatto ricorso a giustificazioni e negazioni significa che l’ambiente del Golfo ha imposto un costo che prima non esisteva.
Il Golfo non è più oggetto di colpi e messaggi; anzi, è diventato capace di spingere gli altri a riconsiderare i propri calcoli. Questo cambiamento non significa che la diplomazia del Golfo abbia ottenuto un successo completo nel dissuadere le aggressioni, ma dimostra che la voce della regione è ora presente nei calcoli più importanti e che qualsiasi violazione della sua sovranità non passerà inosservata, né politicamente né mediaticamente. Quanto accaduto a Doha riflette due fatti contraddittori: in primo luogo, Israele rimane in grado di violare lo spazio aereo della regione a piacimento e che il divario nel sistema di deterrenza arabo persiste.
In secondo luogo, la disapprovazione del Golfo non è più ininfluente; è diventata parte dell’equazione di cui Washington e Tel Aviv tengono conto. Questo divario tra azione e risposta rappresenta l’ambito in cui gli arabi devono costruire: passare da dichiarazioni di condanna di routine a un quadro diplomatico, legale e mediatico che renda qualsiasi futura presa di mira più costosa e complessa.
Il Golfo si trova oggi di fronte a un’opportunità storica: trasformare questo momento da una mera reazione alla base di una politica di deterrenza cumulativa. Il successo non si misura dalla capacità di Israele di portare a termine un attacco, ma piuttosto dalla capacità degli arabi di far sì che il costo politico superi il beneficio operativo. La vera sfida sta nel trasformare la diplomazia del Golfo da una voce passeggera a un sistema di pressione strategica che protegga la sovranità e crei un nuovo ambiente che costringa gli altri a pensarci due volte prima di intraprendere qualsiasi avventura. La domanda che rimane è: abbiamo la volontà di trasformare questo slancio in una strategia duratura.