di Raffaele Luongo –

La Turchia ha mostrato in quest’ultimo periodo una tendenza a volgere lo sguardo verso nord-est, in direzione della Russia. Dopo le più recenti tensioni, come l’abbattimento nell’autunno del 2015 del jet russo sui cieli anatolici, i due paesi sembrano essersi lasciati alle spalle le incomprensioni e gli attriti. Questo mese il presidente Recep Tayyp Erdogan è volato a Mosca alla ricerca di un sostegno che rafforzi l’immagine del governo di Ankara, indebolitasi con il fallito colpo di stato e le tensioni che ne sono scaturite con gli statunitensi dopo la violenta repressione messa in campo dalle forze lealiste.

L’intesa fra i due paesi è rafforzata dall’esistenza di reciproci interessi commerciali che non possono passare in secondo piano: la Russia è la seconda destinazione per le esportazioni turche e per Ankara Mosca rappresenta il suo terzo acquirente in assoluto. In questo momento Vladimir Putin sta già facendo fronte alle sanzioni internazionali e Ankara è un partner molto importante, si ravvisa per tanto il concretizzarsi di una serie di reciproci interessi che fanno da catalizzatore a un riavvicinamento tra i due paesi.

Una particolarità molto importante però è che i principali partner della Federazione Russa nella regione sono la Siria e l’Iran, paesi la cui confessione religiosa sciita rende molto difficile pensare che la posizione naturale della Turchia possa essere accanto a Mosca e ai suoi alleati. La spaccatura fra sciiti e sunniti attraversa il mondo arabo dividendolo in due ed è molto sentita nell’opinione pubblica turca. Nonostante questo i due paesi si scrutano con interesse sempre maggiore, alla ricerca di punti di contatto.

Nel frattempo Erdogan, conscio della sua importanza militare e geografica, oscilla tra i due fronti e mentre coltiva gli interessi della Turchia a nord-est, ricorda all’occidente che può volgere il suo sguardo altrove se decidesse di farlo.

Ciò che complica lo scenario sono i curdi e le loro aspirazioni. Essi rivendicano la creazione di uno stato indipendente, il Kurdistan, che dovrebbe localizzarsi su un altopiano che si estende su quattro stati differenti: Iran, Siria, Iraq e Turchia. Fin dall’inizio del conflitto i curdi hanno saputo ben cogliere l’importanza del momento di crisi e hanno dato il via a un’aspra offensiva contro i lealisti di Bashar al-Assad, parallelamente a quella condotta contro gli uomini dello Stato Islamico.

La creazione di uno Stato curdo deve passare necessariamente attraverso la conquista di territori a danno dei quattro paesi sopra citati. Ciò che preoccupa fortemente la Turchia è il sostegno che gli americani stanno fornendo alle truppe curde. La disponibilità americana a supportare lo sforzo dei peshmerga alimenta le paure di Ankara che in Siria, alla fine del conflitto, possa sorgere un primo embrione di stato curdo che possa godere del sostegno e della benevolenza statunitense. La presenza di questo stato può finire per accrescere la resistenza del PKK, soprattutto nel sud-est della penisola anatolica.

Negli ultimi giorni gli americani hanno avuto un ruolo essenziale nella presa di Hasaka da parte dei miliziani curdi: sul campo di battaglia le milizie curde sono state affiancate da commandos statunitensi, mentre l’aeronautica americana ha impedito ai caccia di Bashar al-Assad di contenere l’avanzata curda.

Forse è per questo che il primo ministro turco Bilal Yildirim, parlando alla stampa il 22 agosto, ha affermato che per la Turchia la cosa più importante è che si trovi una soluzione per la Siria che non avvantaggi nessun gruppo in particolare e che il paese dovrà assolutamente conservare la sua integrità territoriale. In queste ore i caccia turchi, in volo sopra la Siria, non si limitano a bombardare l’Isis ma attaccano anche le forze dei curdi siriani.

Gli americani assicurano un forte sostegno ai loro alleati curdi e questa cosa spaventa i paesi della regione, li spaventa a tal punto da spingerli a mettere da parte le differenze religiose per coordinare i loro sforzi al fine di contenerne l’avanzata. La Russia, già alleata di Damasco e di Teheran, sostiene le truppe governative di al-Assad contro i curdi siriani e si mostra molto più utile agli interessi turchi di quanto non facciano gli americani.