Le due guerre: geopolitica, ideologia e il paradosso dell’alleanza occidentale

di Paolo Falconio * –

Mentre il mondo osserva con apprensione l’evolversi del conflitto in Ucraina, un’altra guerra, più silenziosa ma non meno profonda, si consuma all’interno dell’Occidente. È una guerra ideologica, trasversale, che oppone l’internazionale liberale al risorgere dei nazionalismi. E in questo scenario, il recente vertice tra Donald Trump e Vladimir Putin in Alaska assume un significato che va ben oltre la diplomazia.
La scelta dell’Alaska come sede del vertice ha suscitato interpretazioni simboliche e storiche. Ma guardando la mappa dei paesi aderenti alla Corte Penale Internazionale, emerge un dettaglio pragmatico: l’Alaska era semplicemente il luogo più sicuro. Una decisione dettata da esigenze di sicurezza, certo, ma che rivela anche una geografia mentale. L’Alaska è frontiera, è margine, è ponte tra due mondi che si osservano con sospetto ma anche con una certa familiarità.
La storia è piena di circostanze dove Russia e America si sono trovate ad avere buoni rapporti. Le relazioni tra gli Stati Uniti e l’Impero Russo iniziarono nel 1776 e furono generalmente cordiali nel XIX secolo.
Durante la Guerra Civile Americana (1861–1865), la Russia fu uno dei pochi paesi europei a sostenere l’Unione. Lo zar Alessandro II inviò navi russe a New York e San Francisco come gesto di amicizia.
Successivamente, nel 1867, gli Stati Uniti acquistarono l’Alaska dalla Russia, un atto che rafforzò i legami diplomatici, in quanto la Russia aveva un disperato bisogno di liquidità dopo essersi dissanguata nella guerra di Crimea.
Inoltre non si può non ricordare Theodore Roosevelt, che fu presidente dal 1901 al 1909, il quale dopo la disfatta della flotta russa contro quella giapponese, riuscì a mediare la pace tra Russia e Giappone nel 1905 (Trattato di Portsmouth) favorendo la Russia.
In fondo, anche durante la Guerra fredda la spaccatura ideologica non impedì alle due nazioni aiutarsi a governare il mondo assumendo persino posizioni comuni come durante la crisi di Suez.
Questa lunga premessa storica ci aiuta a comprendere l’ulteriore riflessione di un mondo occidentale spaccato da una visione parimenti ideologica che rende Russia e Stati Uniti meno lontane di quel che potrebbe apparire superficialmente.
L’internazionale liberale, che ha dominato il discorso politico occidentale per decenni, mostra oggi crepe profonde. La sua visione multiculturale wokista, pur animata da nobili intenti, ha spesso generato sfilacciamento sociale e una crescente insofferenza tra i popoli. Una politica estera basata sull’etica, che dipinge l’altro come “il cattivo”, si scontra con la realtà degli interessi nazionali, generando un doppio standard che mina la credibilità delle istituzioni.
Dall’altra parte i nazionalismi di ritorno si presentano come risposta identitaria. Spesso ruvidi, talvolta intolleranti, ma capaci di parlare alla pancia delle nazioni. Essi rifiutano l’omologazione, rivendicano sovranità, e si oppongono alle regole istituzionali percepite come imposizioni esterne. Non è una questione di preferenze personali, ma di registrazione di un fenomeno: i popoli, che sono una cosa seria, mostrano crescente insofferenza verso la diluizione multiculturale imposta dall’alto.
Il vertice in Alaska ha mostrato non solo due leader, ma due visioni del mondo per alcuni versi simile. Entrambi rappresentano società multietniche, ma entrambi ne hanno una visione basata su una forte identità culturale e religiosa, centrata su una leadership di matrice bianca. Il trumpismo, lungi dall’essere un prodotto di Trump, è l’espressione di una parte profonda dell’America. E in questo senso, la Russia di Putin appare più riconoscibile alla Casa Bianca rispetto alle élite europee dell’internazionale liberale, considerate ormai cerebralmente morte e senza nulla da offrire .
In un mondo multipolare, dove la supremazia americana è messa in discussione dai giganti dell’Indopacifico e da medie potenze in ascesa, la Russia potrebbe diventare, paradossalmente, un pilastro strategico. Non un alleato docile, ma un interlocutore utile per contenere l’espansione asiatica e riaffermare una visione occidentale del potere. In questa prospettiva, il riconoscimento reciproco tra Washington e Mosca potrebbe segnare una nuova fase della geopolitica globale.
Le due guerre, quella visibile e quella ideologica, si intrecciano in modi complessi. Il vertice in Alaska è stato più di un incontro diplomatico: è stato uno specchio delle tensioni interne all’Occidente, una cartina di tornasole delle nuove alleanze culturali e strategiche. E forse, il futuro dell’ordine mondiale si giocherà anche su queste ambiguità.

* Member of the Consejo Rector de Honor and lecturer at the Sociedad de Estudios Internacionales (SEI) di Madrid.