di Federico Roli * –

Negli ultimi tredici anni la politica estera turca ha attraversato cambiamenti mai sperimentati prima; è interessante notare che queste novità si sono riscontrate in un periodo in cui il governo del paese si è caratterizzato per una profonda stabilità: l’AKP, o, in inglese, Justice and Development Party, è uscito vincitore da ben quattro tornate elettorali consecutive: 2002, 2007, 2011, giugno 2015; in questo arco di tempo, Tayyp Erdogan è sempre stato confermato capo del governo, per poi assumere la carica di presidente della Repubblica nell’estate del 2014.

Per inquadrare la politica estera promossa dall’AKP è necessario fare un rapido passo indietro, e analizzare la posizione internazionale della Turchia a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Per tutta la durata della Guerra fredda, il paese è sempre rimasto un pilastro dell’Alleanza Atlantica, giocando un ruolo fondamentale nel contenimento dell’influenza sovietica verso l’Europa e il Medio Oriente. I diversi esecutivi che si sono succeduti alla guida del paese hanno mantenuto ad ogni costo una politica estera filo-occidentale, astenendosi da qualsiasi presa di posizione o intervento nei paesi vicini.

Già la fine della Guerra fredda contribuì a scardinare questa condotta; ciò nonostante, l’importanza della Turchia non venne meno: al contrario, i rapidi cambiamenti che avvenivano nell’Europa dell’est e i conflitti che si andavano sviluppando nei Balcani occidentali resero il paese, se possibile, ancora più strategico. Come risposta, il governo guidato da Turgut Ozal dal 1989 al 1993 inaugurò un nuovo filone di politica estera, molto più attivo dei precedenti, che guardava non solo all’occidente ma anche al Medio Oriente, ai Balcani, al Caucaso e all’Asia centrale.

Questo nuovo indirizzo si accentuò nel corso del decennio; il mantenimento dell’integrità dei confini e della sicurezza del paese sembravano rappresentare le sue ragioni d’essere: venendo meno i paradigmi della Guerra fredda, il rafforzamento del Partito curdo dei Lavoratori (PKK) e il sostegno a questo da parte della Siria resero necessaria la trasformazione della Turchia in una “coercive regional power”. Ma già nel 1999, tre anni prima dell’insediamento del primo governo Erdogan, la decisione di riconoscere il paese come candidato alla membership dell’Unione Europea, presa nel corso del Consiglio Europeo di Helsinki, costrinse l’esecutivo di allora a cominciare a rivedere l’approccio della Turchia verso i paesi vicini, mettendo in pratica un radicale cambiamento di strategia: da “coercive” a “benign regional power”. Questa nuova impostazione di politica estera, che potremmo definire di “attivismo a 360 gradi” maturò sotto il primo governo Erdogan, insediatosi alla fine del 2002, per durare poi, diviso in tre fasi di cui andrò a parlare a breve, fino ad oggi.

1.La strada verso l’europeizzazione.

La prima fase è quella relativa alla “epoca d’oro” del “movimento di europeizzazione” in Turchia. Dalla fine del 2002 al Consiglio europeo di Bruxelles nel 2004, che mise in agenda l’apertura dei negoziati di accesso all’UE, l’AKP, forte del considerevole successo elettorale e di un parlamento ampiamente a suo sostegno, spinse il paese sulla strada, mai intrapresa prima, della democratizzazione e di riforme che avrebbero allargato i parametri dei diritti civili e modernizzato la “rule of law”. La stabilità politica ed economica sperimentata dal paese ne rinforzò le capacità di “soft power” a livello regionale: la Turchia si poteva presentare allora come un esempio di sviluppo economico e di democratizzazione.

Le negoziazioni per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea cominciarono, come previsto, il 3 ottobre 2005, ma solo un anno dopo, il 15 dicembre 2006, otto capitoli dell’Agenda furono sospesi dal Consiglio Europeo con la motivazione che una soluzione definitiva al problema di Cipro rappresentasse una pre-condizione essenziale per la continuazione dei colloqui.

Nonostante tali sviluppi, e l’entusiasmo per l’apertura e il consolidamento della prospettiva europea, questa prima fase si chiuse bruscamente quando, uno dopo l’altro, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy espressero pubblicamente forti perplessità sulle reali possibilità di entrata della Turchia; a questo si aggiunse l’ipotesi, avanzata da Bruxelles, di mantenimento di stretti vincoli alla mobilità per i lavoratori turchi anche una volta completata la procedura di accesso. In breve, la maggioranza dell’opinione pubblica turca si sentì tradita e al governo AKP non restò altro da fare che invertire la rotta, e cercare altri principi ai quali agganciare le proprie politiche.

A significare la fine della prima fase della politica estera dell’AKP, lo stesso partito, che era uscito comunque rinforzato dalle elezioni del 2007, decise di non portare più avanti le riforme richiese dall’Unione Europea, come l’abrogazione dell’articolo 301 del codice penale e il rafforzamento delle garanzie sui diritti delle minoranze.

2.La politica estera “multidimensionale”.

Il governo Erdogan intraprese dunque uno spostamento del focus della sua politica estera, che, in maniera completamente originale, si andò posando non più su uno specifico asse, ma aveva come priorità tutte le regioni vicine alla Turchia, non solo quella europea: anche il Medio Oriente, l’Asia centrale e l’Africa ora divenivano sfere di interesse.

L’artefice di questo cambiamento fu Ahmet Davutoglu, in un primo tempo consulente, poi ministro degli Esteri e ora primo ministro turco. Il suo approccio teorico, chiamato in inglese “Strategic Depth”, divenne la barra su cui tracciare la rotta della nuova politica estera.

Secondo Davutoglu, la Turchia ha il vantaggio di possedere una rilevante eredità storica dovuta all’importanza dell’Impero Ottomano, e una parimenti strategica posizione geografica, a cavallo su ben tre continenti. Per questo, il governo del paese ha la responsabilità di intraprendere una politica estera completamente nuova, che affondi le sue radici proprio in questa “multi-dimensionalità”. Oltre a questa ultima, le altre due espressioni chiave della dottrina-Davutoglu sono “Zero problems with the neighbours”, che, in contrasto con la tradizionale politica di non-coinvolgimento della Guerra fredda, vedrebbe Ankara impegnata nello sviluppo di sempre più fitti rapporti di cooperazione con i paesi vicini, e “Pro-active peace diplomacy”, che riconoscerebbe alla Turchia, dati i parametri elencati prima, lo status di paese “mediatore” per eccellenza nei conflitti internazionali.

Diversi episodi hanno caratterizzato il riposizionamento della Turchia nello scacchiere internazionale, non sempre amichevole verso tutti i vicini, ma sicuramente finalizzato al mantenimento del consenso interno: nel gennaio 2009, Erdogan si è apertamente scontrato con l’allora presidente israeliano Peres al World Economic Forum di Davos, rapporto ulteriormente esacerbato dal caso della flottiglia Mavi Marmara due anni dopo; nel giugno 2010 è stato fotografato mentre stringeva amichevolmente la mano all’ex presidente iraniano Ahmadinedjad; su questa stessa linea Erdogan ha poi inteso rinsaldare i rapporti politico-economici con l’Egitto, mettendo invece a repentaglio quelli con l’Unione Europea dichiarando pubblicamente, nel luglio 2011, che “non esiste nessun paese di nome Cipro”.

Questa nuova “multi-dimensionalità” della politica estera turca ha scatenato un dibattito accademico che dura ancora oggi. La maggior parte dei commentatori, studiosi ed esperti di politica internazionale ha avanzato una propria interpretazione: c’è stato chi ha voluto spiegare la nuove mosse del governo con il fine di aumentare il proprio “soft power” nei paesi e nelle regioni confinanti, soprattutto a oriente; chi invece vi ha visto soprattutto ragioni economiche e commerciali.

La mia ipotesi ha tutt’altra origine, e vuole contribuire al ritorno di due fattori spesso negletti, vale a dire “politica interna” e “cultura di partito”, nelle possibili spiegazioni di condotta di politica estera. Partendo da questo background teorico, intendo ipotizzare che, al suo arrivo al potere, la leadership dell’AKP ha voluto sviluppare una nuova, “democratica ma conservatrice”, identità per il paese, con l’intento di distinguersi da tutte le precedenti esperienze politiche. Questa nuova identità, a mio parere, potrebbe aiutare a definire la tanto scandagliata seconda fase della politica estera AKP. Per quanto riguarda invece la terza, intendo ricorrere alla “cultura di partito” dell’AKP, al fine di tentare di spiegarne le mosse successive.

Vorrei dunque concentrare la mia analisi sulla formazione dell’identità di uno stato. Secondo il “modello interattivo” proposto dall’accademico Yucel Bodzaglioglu, l’identità di un paese si forma in seguito a lotte intestine tra diverse anime, diversi gruppi di attivismo politico e sociale; il vincitore dello scontro avrà la possibilità di elevare la sua identità a livello statuale.

Ma in che modo l’AKP è giunto a proporre una nuova identità per la Turchia? E’ necessario fare un passo indietro e passare brevemente in rassegna le diverse istanze che hanno caratterizzato la politica interna del paese fino ad oggi.

In seguito alla dichiarazione d’indipendenza degli anni venti, l’allora leader, “padre della patria” Mustafa Kemal Ataturk aveva lanciato la cosiddetta “Rivoluzione turca”, con l’intento di dare il via alla modernizzazione dello stato attraverso l’adozione di una nuova identità, appunto il Kemalismo, (impostato su sei principi, che qui elenco in inglese: Republicanism, Populism, Laicism, Reformism, Statism e per ultimo quello che ritornerà più avanti nella mia analisi: Nationalism), e di valori occidentali per tutti i livelli della società. Ma le riforme kemaliste non ebbero l’effetto sperato: in quanto “imposte dall’alto”, non fecero altro che aumentare le discrepanze tra centro (l’elite) e periferia (la massa) già presenti nell’Impero Ottomano.

In risposta a questo tentativo di modernizzazione, la vasta periferia sunnita prese a politicizzare le proprie istanze religiose: nacque così il movimento del “Political Islam”, l’Islam che incarna i suoi valori a livello politico. Negli anni novanta, il filo-islamico “Welfare Party” inanellò un successo dopo l’altro: nelle elezioni comunali del 1994 conquistò i municipi di Istanbul e Ankara; nella tornata nazionale dell’anno successivo raggiunse il 21% dei voti: il leader islamico Necmattin Erbakan divenne primo ministro di un governo di coalizione formato dal suo “Welfare Party” e dal “True Path Party”, anch’esso di ispirazione conservatrice. Per la prima volta nella storia della Turchia, un’identità islamica si stabilì nei palazzi del potere, minacciando da vicino lo spirito e le autorità Kemaliste.

Queste non rimasero inattive: sin da subito si instaurò un confronto tra istanze Kemaliste e religiose, ed entro qualche mese si giunse all’escalation: il 28 febbraio 1997 il Consiglio per la Sicurezza Nazionale, composto dall’elite burocratico-militare, effettuò quello che viene definito un colpo di stato “soft” per restaurare al governo i valori della “Rivoluzione turca”. Nel luglio 1997 l’esecutivo fu costretto a dimettersi, il leader Erbakan fu interdetto dalla politica per cinque anni ed il “Welfare Party” fu chiuso nel gennaio 1998 con la motivazione di sostenere attività contrarie ai principi laici. Da allora l’espressione “Processo del 28 Febbraio” ha preso ad indicare la possibile risposta dell’autorità Kemalista alla minaccia dell’Islam politico. Da queste premesse avanzo la mia prima ipotesi: alla sua salita al potere, l’AKP ha stabilito una nuova identità per la Turchia. Lo stesso Yalcin Akdogan, consigliere di Erdogan al tempo della sua prima elezione, aveva scritto nel manifesto del partito che, a livello nazionale, il nuovo leader intendeva fare riferimento a una identità “democratica ma conservatrice” con l’intento di sciogliere e oltrepassare il confronto tra Kemalismo e islamismo che tanto aveva danneggiato il paese nei due decenni precedenti.

Con l’introduzione di questa nuova identità, l’AKP e il primo ministro Erdogan intendevano considerare le istanze provenienti dalla periferia alla stessa stregua di quelle che giungevano dall’elite burocratica, vale a dire rimanere fedele ai principi kemalisti senza però trascurare le richieste, spesso intrise di sensibilità religiosa, della maggior parte della popolazione, come era avvenuto fino ad allora. E’ necessario aggiungere che, nella speranza della leadership AKP, l’inclusione di nuove istanze dalla periferia avrebbe necessariamente contribuito a rafforzare il già solido supporto popolare al partito.

All’epoca del primo governo AKP, Erdogan utilizzò la nuova identità “democratica ma conservatrice” per intraprendere un rigoroso programma di riforme in prospettiva di accesso all’Unione Europea; ma quando questa prospettiva venne meno, la nuova identità applicata al paese prese a servire al fine di continuare a distinguersi tanto dalle istanze nazionali (che avevano prevalso durante la guerra fredda) che da quelle religiose (che avevano minato il governo “filo-islamico” degli anni novanta). Erdogan voleva introdurre una nuova identità a livello nazionale, fondata sul principio di libertà e sui diritti civili, che gli assicurasse una stabilità interna senza precedenti.

Ma il “modello interattivo” teorizzato da Bodzaglioglu, che ho preso a riferimento, propone anche che sia l’identità interna dello stato a dare forma alla politica estera di un paese. Guardando alla storia della Turchia del Novecento, questa relazione appare incontrovertibile. A partire dalla “Rivoluzione Turca” degli anni Trenta, si può notare un legame tra il piano per la diffusione dei principi kemalisti all’interno del paese e una politica estera fermamente filo-occidentale, che manteneva al minimo le relazioni con il Medio Oriente. Questo status quo durò fino alla fine della Guerra fredda, quando fu minacciato dallo sviluppo dell’Islam politico; per i leader di quest’ultimo, l’identità e gli interessi della Turchia si ritrovavano solamente nei principi della fede islamica. Con l’elezione di Erbakan a primo ministro, il dibattito concernente l’identità interna della nazione turca si estese alla formulazione della sua politica estera: la svolta “filo-Islamica” impressa dal “Welfare Party” alle relazioni della Turchia con il mondo esterno rappresenta la prova che il confronto Kemalismo/islamismo a livello di identità interna può trasferirsi a quello di politica estera. Partendo da queste premesse, propongo che la seconda fase della politica estera dell’AKP, vale a dire il suo nuovo attivismo a “360 gradi”, svincolato da un legame preciso, occidentale o islamico di sorta, sia il risultato dell’originale identità “democratica ma conservatrice” che il governo ha voluto stabilire a livello nazionale. Nella mia visione, grazie allo sviluppo di tale identità, l’AKP si è trovato – posizione senza precedenti – slegato sia dalle pressioni dell’elite burocratico-militare che da legami con la sfera religiosa, capace di proporre un approccio di politica estera del tutto “multidimensionale”, senza alcun asse preciso da mantenere come priorità. A mio parere, la ragion d’essere della “Strategic Depth” di Ahmet Davutoglu si ritrova nei cambiamenti della politica interna turca.

I diversi esempi di “Primavera araba”, a partire dal caso tunisino del 2011, non hanno avuto altro effetto che quello di sostenere il governo Erdogan su questa strada del tutto originale. Nel dicembre 2011 lo stesso Davutoglu dichiarò di fronte al parlamento turco che “il governo operava per rendere la Turchia sempre di più un attore globale”.

Per stabilizzarsi in questa nuova posizione, con una mossa senza precedenti, l’esecutivo Erdogan promosse legami con i governi di al-Assad in Siria, quello di Mubarak in Egitto e di Gheddafi in Libia; sostenne i movimenti legati ai Fratelli Musulmani in Egitto e Libia, il Partito Islamico in Iraq e Hamas in Palestina; chiese alla stessa Unione Europea e agli Stati Uniti di sostenere questi ultimi.

In seguito, lo scoppio della guerra civile in Siria, i rovesciamenti di Ben Ali in Tunisia e quello di Mubarak in Egitto fecero sì che la Turchia si auto-investì del ruolo di “attore deputato all’instaurazione e al mantenimento dell’ordine nella regione”, da portare avanti attraverso la diffusione dell’Islam Politico. Ankara indossò allora i panni di “negoziatore regionale” nel caso riguardante la Siria; ma questo ruolo durò ben poco.

Dopo aver fatto pressione su Bashar al-Assad perché desse il via a un pacchetto di riforme liberali, nel settembre 2011 il governo Erdogan prese posizione contro lo stesso regime Ba’athi; il trattato di libero scambio tra i due paesi fu sospeso nel dicembre del 2011.

A questo si deve aggiungere una nota di realpolitik: il governo turco era costretto a seguire da vicino ciò che stava accadendo in Siria, perché il peso dell’elemento curdo-siriano stava aumentando e rischiava di mettere in pericolo il fragile equilibrio stabilitosi tra Ankara e la comunità curda in Turchia.

Per Erdogan le priorità erano dunque due: la rimozione di al-Assad e trovare un bilanciamento all’attività del siriano Kurdish Democratic Union Party, attivo nelle aree a maggioranza curda nel nord della Siria, e gemello del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Come risposta, Erdogan in Siria prese ad appoggiare il gruppo islamico anti-governativo al-Nusra, affiliato ad al-Qaeda, e sostenne una prima azione anti-curda già nel novembre 2012, quando la Turchia permise alle forze di al-Nusra di utilizzare il proprio territorio per attaccare la città di Jazira, a maggioranza curda, che aveva finito di resistere alle truppe di Assad solo nel luglio precedente.

A ribadire questa posizione controversa, non solo agli occhi del mondo occidentale, ma anche a quelli di Iran e del governo centrale iracheno, la Turchia non ha posto limitazioni al passaggio verso la Siria di guerriglieri jihadisti attraverso il suo confine, almeno fino all’inizio del 2014, quando, dietro pressione statunitense, ha acconsentito a definire al-Nusra “un’organizzazione terrorista”.

Per quanto riguarda l’Egitto, le dimissioni di Mubarak nel febbraio 2011 non fecero altro che rafforzare i legami con Ankara, ed Erdogan stesso non perse l’occasione di dipingere la Turchia come un modello di democrazia islamica moderna. La sua visita al Cairo nel settembre 2011 raccolse grandi folle che lo acclamavano.

Nel giugno 2012 la Turchia salutò favorevolmente l’elezione di Morsi, guida dei Fratelli Musulmani nel suo paese, a nuovo presidente egiziano. Erdogan tornò al Cairo una seconda volta nel novembre 2012, portando con sé un’ampia delegazione governativa e alti rappresentanti della imprenditoria turca, e inneggiò pubblicamente al risveglio della gioventù egiziana, proclamando che Egitto e Turchia erano “una cosa sola”. Ma questo stato di cose non sopravvisse allo spodestamento di Morsi da parte dei militari egiziani, il 3 luglio 2013: a partire da quel giorno si assistette a un fuoco di fila di accuse da parte turca, che apostrofò più volte il nuovo presidente al-Sisi come tiranno e il suo governo come “terrorista”.

Come si vede, i risultati del nuovo orientamento in politica estera non furono positivi: le condizioni interne degli stati verso cui la Turchia è intervenuta (o ha creduto di poter intervenire) sono ormai molto lontane da quelle che erano le intenzioni di partenza. Il suo aperto sostegno a ogni movimento di consolidamento religioso nei diversi stati ha dovuto fare i conti con la resistenza (Siria) o il rientro in gioco (Egitto) delle strutture autoritarie pre-esistenti. Lo stesso svilirsi della nuova politica “multi-dimensionale”, evidente nel caso delle relazioni con l’Egitto, contrasta con l’iniziale definizione di “benign regional power”, fondata sulla “conservative democratic identity”, che, almeno in teoria, dovrebbe sviluppare il proprio “soft power” attraverso legami di interdipendenza economica e promozione di valori democratici.

In questo contesto, la violenta risposta dell’esecutivo Erdogan alle proteste di Gezi Park nel giugno 2013 non ha fatto altro che svalutarne le credenziali democratiche, che tanta parte avrebbero dovuto giocare invece nel suo ruolo di “regional power”; la stessa permissività applicata nei confronti dei jihadisti siriani ha raffreddato i rapporti con gli Stati Uniti.

Come Ziya Onis suggerisce, l’azione turca all’estero è stata minata dall’insufficiente conoscenza della politica interna degli stati in cui voleva intervenire, non potendo così prevedere le pieghe che le diverse vicende avrebbero preso in seguito. Ad esempio, l’aver sostenuto acriticamente il governo Morsi, senza suggerirgli alcun tipo di politica inclusiva nei confronti delle opposizioni, ha impedito di scorgere l’estrema polarizzazione verso cui la società egiziana si stava muovendo.

Questi eventi hanno lasciato la Turchia del tutto isolata nel contesto regionale: Ankara ha perso gli ambasciatori a Damasco, al Cairo e a Tripoli; i suoi principali partner politici per l’estero sono ora attori non-statuali, come Hamas in Palestina e i Fratelli Musulmani in Egitto; Cipro rimane una spina nel fianco; e anche un investimento strategico come il rafforzamento delle relazioni con il Governo Regionale del Kurdistan in Iraq ha contribuito a surriscaldare nuovamente il confronto con l’Iran e con il PKK.

3.Mantenere il potere ad ogni costo: l’AKP diventa più kemalista dei kemalisti.

Il governo Erdogan ha risposto a questo isolamento a livello internazionale con due mosse: a livello esterno, ha perso interesse a fare da mediatore, rappresentare un modello e guidare l’opinione pubblica regionale; come conseguenza, il suo focus si è spostato, in maniera combattiva, verso ciò che avveniva all’interno del paese: riesaminando le istanze del proprio elettorato, Erdogan e il suo esecutivo hanno compreso di dover informare le loro azioni esterne di una rinnovata praticità, anche se un nuovo approccio pragmatico, comparato con le prime due fasi, avrebbe messo in evidenza i limiti delle potenzialità diplomatiche turche. Attraverso una mossa da molti richiesta, Stati Uniti per primi, Ankara puntava ora a intervenire direttamente nella vicenda siriana. Il 2 ottobre 2014 il parlamento turco ha approvato la mozione per permettere l’invio di truppe addentro al confine siriano al fine di porre rimedio a rischi e minacce alla sicurezza nazionale provenienti da sud; ciò nonostante, il preambolo della mozione non menzionava lo Stato Islamico (ISIS) bensì il PKK curdo. Due giorni dopo, il presidente Erdogan è intervenuto a difendere quella autorizzazione, dichiarando che “l’ISIS e il PKK sono la stessa cosa”, e questo ha fatto maturare dubbi sulla possibile continuazione della trattativa tra lo stato turco e la componente curda, che sembrava aver finalmente raggiunto la forma di dialogo durevole.

Sin dal 2012 l’attivismo curdo, con la dichiarazione d’indipendenza di Rojava (la regione della Siria a maggioranza curda), era stato rimarchevole. Per questo, già in data 30 agosto 2014, il comandante in capo turco, Necdet Ozel, aveva espresso pubblicamente il suo disappunto per non essere mai stato consultato durante le trattative tra Ankara e i curdi; nella stessa dichiarazione, Ozel aveva ricordato che i militari non avrebbero esitato ad intervenire qualora l’integrità territoriale del paese (chiaramente menzionata nel principio kemalista del “Nationalism”) fosse stata minacciata: qualsiasi forma di autogoverno curdo non sarebbe stata tollerata. Come si vede, nonostante i diversi governi AKP siano stati a lungo impegnati nel sottrarre quote di potere all’elite burocratico-militare (per esempio imprigionando decine di ufficiali con accuse più o meno credibili ed aumentando il peso dei rappresentanti dell’esecutivo all’interno del National Security Council, fino ad allora ampiamente dominato dai militari), la rilevanza di quest’ultima nell’indirizzare il destino del paese era tutt’altro che diminuita.

A fomentare tutto ciò si aggiunse l’uccisione di soldati turchi nel sud-est del paese nell’ottobre 2014. Questa serie di attacchi fu interpretata come la reazione di parte curda, esasperata dal mancato intervento turco a sostegno della città di Kobane, assediata dall’ISIS da diverse settimane. Solo negli ultimi giorni di ottobre Ankara si decise e permise a centocinquanta peshmerga curdi di raggiungere Kobane entrando in territorio siriano attraverso il proprio confine.

Il 2015 ha visto un rafforzamento delle posizioni curde, sia in Siria che in Turchia: dopo la grandiosa resistenza di Kobane, il 15 giugno i curdi siriani soni arrivati a strappare all’ISIS la città di Tel Abyda; in Turchia, nella tornata elettorale del sette giugno il partito democratico curdo è per la prima volta entrato in parlamento; e queste novità potrebbero rappresentare soltanto il prologo di un’ulteriore conquista: la creazione di una confederazione pan-curda attraverso quattro differenti stati: Turchia, Siria, Iraq e Iran, già imbastita dal territorio indipendente di Rojava (appunto, la Parte Occidentale del Kurdistan, controllata dal Syrian Kurdish Democratic Union Party, PYD) e dall’autonomo Governo Regionale Curdo (KRG) in Iraq.

In merito, la posizione del governo turco è stata espressa dal presidente Erdogan in una dichiarazione del 27 giugno 2015: “la Turchia non permetterà mai la creazione di uno stato curdo nel nord della Siria”. Sulla stessa linea, Ankara ha proposto agli Stati Uniti e agli altri partners NATO la creazione di una “ISIS free zone” intorno al confine turco-siriano, non solo in chiave anti-ISIS ma anche nell’ottica di un contenimento delle azioni del PKK, intento confermato dal primo ministro Davutoglu che quasi in contemporanea ha lanciato la campagna militare nota come “Operazione Yacin”, chiarendo che non avrebbe avuto come obiettivo solo l’ISIS, ma “tutte le organizzazioni terroriste”, quindi, chiaramente, anche il partito curdo.

Questo coinvolgimento militare diretto, primo dall’inizio della guerra in Siria nel 2011, ha preso il via in data 23 luglio, con una serie di colpi della forza aerea e dell’artiglieria, allo scopo di spingere le postazioni ISIS indietro in territorio siriano. Ma l’intervento turco ha chiaramente una doppia natura, come dimostrato dai successivi raid aerei del 24-26 luglio, che hanno colpito più di trecento obiettivi del PKK in Iraq, lasciando sul campo, secondo fonti imprecisate, quasi duecento guerriglieri curdi. La stessa linea veniva portata avanti da un’ampia azione anti-terrorismo, che, dal 20 al 29 luglio ha portato all’arresto di 137 persone sospettate di legami con l’ISIS e di ben 847 sospetti membri del PKK.

Come si vede, questa terza fase nella politica estera turca sotto l’AKP è lontana anni-luce dalla “multi- dimensional strategy”, fortemente rivendicata solo fino a qualche mese prima, impostata sul principio “zero problems with neighbours”. Per spiegare questa inversione a U, voglio inserire un nuovo elemento teorico a sostegno dell’importanza della “corporate identity” di uno stato nel formulare la propria politica estera: spazio deve anche essere dato anche alla “organisational culture”, vale a dire al ruolo che la “cultura”, intesa come insieme di convinzioni, comportamenti ed esperienze dirette del passato, del partito al governo gioca nell’impostare la politica estera. In questo caso, è necessario focalizzare l’attenzione sulle caratteristiche proprie della leadership AKP, soprattutto nella persona del presidente Erdogan, che è riuscito ad accumulare nelle sue mani un potere mai sperimentato prima da alcun esecutivo turco.

Tayyp Erdogan ha iniziato la sua carriera politica nel movimento dell’Islam politico e ha contribuito alla salita al governo del Welfare Party negli anni novanta. Per parte sua, dopo aver servito il partito “ad ogni livello”, è stato eletto sindaco della città in seguito alla straordinaria performance del Welfare Party nelle elezioni municipali del 1994. Erdogan è rimasto in carica fino al 1998, quando, come conseguenza del “Processo del 28 Febbraio”, fu imprigionato per aver letto pubblicamente un poema inneggiante all’Islam politico.

In questo senso, quindi, si può affermare che Erdogan abbia sperimentato di persona gli effetti di uno scontro con l’elite burocratico-militare del paese. Più tardi, Erdogan fu il leader di coloro che guidarono l’ala riformista all’interno del Virtue Party, il successore del Welfare Party, prima di abbandonare definitivamente l’Islam politico come forza tradizionale e fondare un nuovo partito, appunto l’AKP.

Aggiungendo questi elementi, vorrei proporre una nuova spiegazione per questa terza fase della politica estera turca: nella mia visione, questo nuovo cambiamento di rotta trova le sue origine nella “cultura” dell’AKP. In particolare, le travagliate esperienze attraversate sia dal Welfare che dal Virtue Party rappresentano dei “paradigmi” nelle convinzioni del presidente Erdogan, “paradigmi” da evitare ad ogni costo. A mio parere, per Erdogan il pericolo derivante da una possibile intromissione dell’elite burocratico-militare ai massimi livelli di governo è sempre vivo; anzi, più vivo che mai in questa fase dove, una dopo l’altra, sia la legittimazione proveniente da un più stretto rapporto con l’Unione Europea, che quella che sarebbe potuta arrivare da un ruolo di maggior responsabilità nella regione, sono fallite.

Come abbiamo visto, la posizione curda è invece uscita rafforzata dagli avvenimenti degli ultimi mesi: ormai riconosciuta a livello militare, come stampella degli Stati Uniti nella guerra all’ISIS; ma anche a livello di politica interna, dopo il successo del HDP nelle elezioni del 7 giugno scorso; e, soprattutto, pronta a dare il via alla nascita di una federazione curda trans-nazionale, che altererebbe i confini della regione.

Per chiudere il cerchio, bisogna ricordare che l’integrità territoriale della Repubblica turca rappresenta uno dei principi fondamentali del Kemalismo, che va sotto il nome di “Nationalism”, custodito con ogni mezzo dall’elite burocratico-militare, come è provato dai diversi colpi di stato che hanno caratterizzato la storia del paese nel secondo novecento. Ora, che i curdi siano più che mai attivi, rappresenta un campanello d’allarme senza precedenti per il governo Erdogan, che ha bene in mente, per averne vissuto in prima persona le conseguenze, cosa può accadere a un esecutivo che non riesce a tenere in sicurezza i principi kemalisti.

A questo punto, quindi, la “conservative democratic identity” portata avanti dall’AKP non è più sufficiente a spiegarne le mosse in politica estera, ma bisogna tenere presente anche la sua “organisational culture”: per poter mantenere il potere nelle sue mani, ad Erdogan non rimane che agire a difesa dei confini meridionali del proprio paese, anche se non propriamente minacciati: solo diventando più Kemalista dei Kemalisti Erdogan può mettere al sicuro il proprio governo. Che poi questo implichi una ripresa delle ostilità con il PKK, dopo che i negoziati del 2013 avevano strappato il plauso da più parti, non fa altro che allontanare ancor di più il paese dall’Occidente; ma all’AKP sta a cuore il consenso interno più di ogni altra cosa; e l’elettorato tradizionale, da sempre arroccato su posizioni ostili ai curdi, non potrà che considerare bombardamenti e arresti indiscriminati come una fortunata esternalità.

<em>* Ex-PhD student presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali dell’University of Kent, Canterbury, Regno Unito</em>.