L’Eclissi di Teheran e il ritorno del dominio Imperiale

​di Marcello Beraldi

​L’operazione «Leone Ruggente» non è che l’ultimo atto di una strategia di annientamento che vede Tel Aviv e Washington unite nel ridisegnare con il sangue la geografia del XXI secolo. Dietro la retorica della sicurezza, si nasconde un piano di spartizione energetica e confessionale che rischia di trascinare il mondo intero nel baratro della stagflazione.
​Quello che i media mainstream si ostinano a definire come un “conflitto regionale” è in realtà una guerra costituente, un evento sismico che sta distruggendo l’ultimo pilastro di resistenza al nuovo ordine unipolare in Medio Oriente. L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, culminato con l’eliminazione della Guida Suprema il 28 febbraio scorso, non è un incidente di percorso, ma il punto di caduta di una traiettoria storica ben precisa: la liquidazione definitiva di ogni alternativa sovrana nel quadrante arabo-islamico.

​Il miraggio del «Grande Israele» e la fine dei confini.
​Per il governo Netanyahu, l’operazione in corso è la naturale estensione di un progetto che non ha mai smesso di guardare oltre i propri confini. Dopo aver ridotto Gaza a un cumulo di macerie e aver inflitto al Libano oltre 500 morti in una sola settimana di raid, Tel Aviv punta ora alla “testa del polpo”. L’obiettivo è il ridimensionamento strutturale dell’Iran per affermare un’egemonia assoluta che permetta di procedere senza intralci con gli Accordi di Abramo. In questa visione, l’Iran deve cessare di essere un attore geopolitico per diventare, al massimo, un mercato di consumo o una colonia estrattiva, priva di quella capacità di proiezione che per anni ha sostenuto la resistenza in Palestina, Libano e Siria.

Washington e il “Contenimento” del Dragone.
​Se Israele fornisce il braccio operativo, Washington fornisce la ragion di Stato globale. Sotto la guida della nuova amministrazione Trump, gli Stati Uniti hanno abbandonato ogni residua cautela diplomatica. L’Iran non è solo un nemico ideologico, è il principale fornitore di energia “non allineata” alla Cina. Nel 2025, le importazioni cinesi di greggio iraniano avevano raggiunto massimi storici, creando un asse Pechino-Teheran che sfidava apertamente il primato del petrodollaro. Distruggere le infrastrutture petrolifere iraniane — come avvenuto nei recenti raid sulle raffinerie di Haifa e sui siti energetici interni — significa tagliare i rifornimenti alla Cina, costringendola a una transizione energetica forzata o a una dipendenza ancora maggiore dalle rotte controllate dalla Marina statunitense.

La faglia confessionale come strumento di sterminio.
​Non si può ignorare il cinismo con cui è stata riaccesa la miccia dello scontro tra sunniti e sciiti. Le petromonarchie del Golfo, pur negando ufficialmente il loro coinvolgimento, hanno assistito alla distruzione dei radar iraniani da basi situate in Arabia Saudita e Qatar. La sconfitta dell’Iran sciita rappresenta per Riyad il consolidamento di un monopolio religioso e politico che trasforma l’Islam in un pilastro della stabilità neoliberista. È la vittoria di un Islam “compatibile” con i mercati, contro un Islam politico che, pur con tutte le sue contraddizioni interne, aveva rappresentato l’unico vero contropotere all’imperialismo occidentale nell’area.

​Verso il baratro economico: il fantasma di Hormuz.
​Le ricadute di questa “apocalisse calcolata” sono già realtà. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz ha gettato nel panico i mercati: oltre 1.000 navi, per un valore di 25 miliardi di dollari, sono attualmente bloccate, con le principali compagnie assicurative che hanno sospeso le coperture per i transiti nel Golfo. In Italia, l’impatto è immediato: i prezzi all’ingrosso dell’energia sul mercato TTF sono già schizzati del 22%, mentre il traffico container nei porti di Trieste e Genova ha subito una contrazione del 30%. Se il blocco dovesse persistere, la previsione di un barile a 130 dollari non sarà più un’ipotesi pessimistica, ma una certezza che condannerà l’Europa a un inverno di deindustrializzazione e povertà energetica.
​L’Iran, ora guidato dalla figura intransigente di Mojtaba Khamenei, promette una “risposta senza pietà”. Ma mentre i grandi attori giocano la loro partita a scacchi sulla pelle dei popoli, resta il dato umano: oltre 1.300 morti iraniani in una settimana, scuole e ospedali rasi al suolo e una regione che rischia di non trovare mai più la pace. La “vittoria finale” sbandierata da Trump e Netanyahu potrebbe rivelarsi il prologo di una catastrofe globale che nessuno sarà in grado di gestire.