di C. Alessandro Mauceri –

Qualche settimana fa è stato il settantesimo compleanno di Leonard Peltier. Il suo nome è sconosciuto alla maggior parte delle persone eppure del suo caso si è occupato anche Amnesty International USA e sulla sua vicenda è stato girato, nel 1998, un film. Chi è Leonard Peltier e perchè il suo nome dovrebbe essere conosciuto anche al di fuori degli USA?

Leonard Peltier è rinchiuso in un carcere statunitense da trentotto anni, 13.900 giorni. Pare che la sua unica colpa sia quella di essere un nativo indiano, un amerindio, un pellerossa che si è sempre battuto per i diritti dei nativi. In pratica è una specie di Nelson Mandela americano. Ma, forse proprio per questo, la sua lotta per i diritti del suo popolo non è mai stata vista come una lotta per i diritti civili dei nativi, spesso chiusi in riserve che sarebbe più corretto chiamare ghetti.

La storia di Peltier inizia nel 1973 (durante la presidenza Richard Nixon), quando alcuni nativi indiani chiedono a lui e all’associazione AIM (l’Indian Move Americament) di organizzare una manifestazione contro il governo americano. Intendono protestare contro gli abusi da parte del governo (risalgono a quel periodo l’aumento degli espropri di terre degli indiani, dopo la scoperta di giacimenti d’uranio nelle riserve dei Lakota).

Le manifestazioni ebbero un esito tragico: furono scambiati colpi d’arma da fuoco e, alla fine, morirono due agenti dell’Fbi ed un indiano. Fu aperta un’inchiesta e Peltier fu riconosciuto colpevole sulla base della dichiarazione di una testimone, Myrtle Poor. L’esame balistico dell’Fbi pare scagionasse Peltier, ma il tribunale decise lo stesso di condannarlo, non ad uno, ma a due ergastoli. Nel 1986, la Corte d’Appello negò un nuovo processo, affermando che: “Ci rendiamo conto che ci sono prove di questo record di comportamenti scorretti da parte di alcuni agenti dell’FBI, ma siamo riluttanti ad imputare anche ulteriori scorrettezze a loro “.

Nel 1991 fu lo stesso giudice che aveva condannato Peltier, Gerald Heaney, ad ammettere, in una lettera al senatore Daniel Inouye, che secondo lui: “l’FBI aveva usato tattiche scorrette …. “. Anche la dichiarazione pubblica della testimone chiave che, nel 2000, accusò l’FBI di aver esercitato pressioni (sotto forma di minacce e molestie) per convincerla a testimoniare il falso,non servì a niente.

Amnesty International USA si è occupata del caso e ritiene che l’esito del processo avrebbe potuto essere diverso se a Leonard Peltier fosse stato permesso di contestare efficacemente la prova balistica che lo collega ai colpi mortali.

In passato molti personaggi famosi si sono espressi per la sua liberazione (da Nelson Mandela a Madre Teresa di Calcutta, da Michail Gorbaciov al Dalai Lama, da Sting a Paul Mc Cartney, da Madonna a Michael Moore, da Susan Sarandon a Robert Redford). Bill Means ne ha parlato anche nel suo intervento alla XII Sessione del Forum della Nazioni Unite che si occupava dei problemi degli “indigeni”.

Sono passati quarant’anni e Leonard Peltier è ancora detenuto in un carcere in Florida, a circa 2.000 miglia dal suo Stato, il North Dakota (cosa che rende praticamente impossibile avere rapporti con i propri familiari). Ormai ha superato la settantina e pare che le sue condizioni di salute non siano buone (soffre di diabete).

Sembra quasi che anche solo sentir pronunciare il suo nome, continui a spaventare la massima carica dgli USA: durante la visita a Roma del presidente Obama, a marzo scorso, una persona, Andrea De Lotto, ha esposto un cartello con il quale chiedeva la liberazione del vecchio capo indiano. È stato subito fermato da agenti della Digos, solo dopo diverse ore rilasciato (quando media e televisioni avevano spento le telecamere).

E del “caso Peltier”, in Italia, nessuno ha continuato a sapere niente.