di Enrico Oliari –

In occasione del G8 di Lough Erne, il presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, ha parlato con il premier italiano, Enrico Letta, del caso Libia.

La situazione nel paese africano è al di fuori di ogni controllo, anche perché la società libica si appoggia su una struttura di tipo tribale, per cui città o aree del paese sono sotto il controllo di una popolazione piuttosto che di un’altra; inoltre le milizie che hanno combattuto Gheddafi di fatto si sono auto costituite in reparti stabili autonomi, senza fondersi nell’esercito, e su tutta la nazione spira il vento della secessione. La parte più a sud del paese è di fatto un corridoio in cui passa di tutto ed è casa di gruppi jihadisti, come pure di ex-fedelissimi all’ancien regime, basti pensare che il presidente del Niger, Mahamadou Issoufou, ha sostenuto che gli attentatori del 25 maggio ad una caserma ed a una miniera provenivano, appunto, dalla Libia, e che in passato tre camion carichi di armi sono stati colpiti da aerei nel sud della Tunisia mentre trasportavano armi vero l’Algeria. In particolare a Bengasi è un susseguirsi di attentati e di scontri, come la manifestazione dei cittadini contro la presenza della caserma delle milizie di “Scudo della Libia” dell’8 giugno scorso, che ha provocato 31 morti, o la bomba che è esplosa a metà maggio nei pressi dell’ospedale di al-Jana, uccidendo una quindicina di persone tra cui diversi bambini.

Già all’indomani dell’assassinio, avvenuto l’11 settembre scorso a Bengasi, dell’ambasciatore Chris Stevens (attacco al consolato nel quale sono morti anche quattro funzionari della rappresentanza diplomatica e, pochi lo ricordano, una decina di poliziotti libici), gli Stati Uniti hanno deciso di aumentare la presenza dei propri militari nella base siciliana di Sigonella, ma, dal momento che si teme che la Libia si trasformi in un nuovo failed state, è di oggi la richiesta a Letta di un intervento attivo di Roma, poiché la Libia viene vista come una zona di influenza italiana.

Oltre che con il servizio di intelligence, l’Italia dovrebbe contribuire alla formazione di migliaia di poliziotti e militari libici, in Sicilia e in Sardegna, soprattutto per disarmare la Libia, dove, come è stato osservato al G8, “non è lo Stato il maggiore detentore di armi e di armamenti”.

Militari italiani potrebbero così tornare nel paese nordafricano per cooperare nel disarmo delle oltre 500 milizie presenti sul territorio, un lavoro certosino che rasenta l’impossibile.

Inoltre l’Italia dovrebbe aiutare la Libia nel controllo delle frontiere, specialmente con l’Algeria e quindi con il nord del Mali, introducendo, oltre al valore della formazione, anche l’impiego della tecnologia.

L’Italia dovrebbe prestare anche assistenza alla Libia nella stesura dei nuovi codici, penale e civile, e si dovrebbe adoperare nel rilancio delle infrastrutture, dal momento che le compagnie straniere, vista la mancanza di sicurezza e delle compensazioni per i danni subiti dal conflitto, hanno disdetto i contratti e fermato i progetti dell’ampliamento dell’aeroporto, delle ferrovie, degli ospedali e della rete stradale.

Il premier libico, Ali Zeidan, è atteso a Roma per il prossimo 4 luglio, anche perchè la nuova leadership libica ha intenzione di ridiscutere i contratti siglati durante il regime in quanto si sospetta il pagamento di tangenti: il ministero per la Pianificazione sta esaminando più di 11 mila intese, per un totale di 110 miliardi di dollari.

La ricostruzione della Libia si presenta come un’operazione colossale, ma il premier Enrico Letta ha spiegato che “Il nostro ruolo è ancora informale, ma c’è la richiesta degli altri Paesi che l’Italia abbia un ruolo di prima fila e noi non ci tiriamo indietro”.