di Giuseppe Ianniello –
Tantissimi sono gli europei arrivati sui terreni di guerra per prendere parte alla battaglia del secolo. Chi sono questi ragazzi? ma sopratutto come vengono reclutati?
Quest’anno si sono festeggiati i 25 anni dalla caduta del muro di Berlino. Abbattimento significativo. La società continua a crescere e dopo 25 lunghi anni le macerie di ideali e guerre non hanno insegnato niente. La società, il mondo, continua ad erigere muri, dividendosi, discostandosi gli uni dagli altri in un periodo dove, invece, si dovrebbe restare uniti.
L’Isis, il violento Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, sta costruendo il proprio di muro, non diverso da quello tedesco. Da una parte ci sono le pratiche occidentali del mondo moderno e dall’altra l’Oriente, quello Medio.
Stanno partecipando alla costruzione, mattone dopo mattone, molti ragazzi, amici, figli, cresciuti in quel mondo chiamato Europa.
In apertura di quotidiani e riviste, le crudeli immagini degli atti sanguinari dell’organizzazione terroristica. Ancora più dure e significative le notizie che arrivano dalla vicina Francia: “l’altro ragazzo è stato identificato stamattina dalla procura di Parigi. Si tratterebbe di Michael Dos Santos, 22enne, giovane convertito. Originario di Champigny-sur-Marne (Val-de-Marne)”. Un giovane francese. Europeo come noi.
Marine Le Pen, presidente del partito di estrema destra francese FN (Front National), ai microfoni di Sud-Radio si dice preoccupata di questo fenomeno: “Ci sono 4mila francesi tra le file dei jihaidisti, partiti per prendere parte ai conflitti. Dovremmo metterli in prigione a vita”. I dati in mano all’intelligence sono diversi, eclatanti, ma diversi. Sarebbero attualmente 1.132 i francesi partiti alla volta della jihad. Il ministro dell’interno Bernard Cazeneuve e Francois Molins, procuratore della repubblica di Parigi, hanno stimato che sarebbero 376 i francesi che attualmente si troverebbero sul suolo iracheno e siriano. Secondo Mathieu Guidère, ricercatore specializzato nello studio del terrorismo islamico, un terzo delle persone implicate nella lotta avrebbe la sola nazionalità francese.
In totale, gli europei sarebbero 3mila, secondo le cifre fornite dal coordinatore europeo per la lotta contro il terrorismo Gilles de Kerchove. In Europa, l’Isis può contare su un bacino di circa 8 milioni di persone, tutti ragazzi tra i 15 e i 25 anni, accumunati da un’unica cosa: “aver avuto un ritorno di fiamma verso l’Islam o di essersi recentemente convertiti”, come spiega il giornalista David Thomson, autore dell’opera “I francesi jihaidisti” (Les Francais djihadistes).
Il leader di FN s’è anche interrogata sulle misure intraprese dall’ex presidente Nicolas Sarkozy, mettendo in dubbio le politiche adottate per combattere tale fenomeno.
Un ufficiale curdo afferma che l’isis ha reclutato un armata di quasi 200mila uomini, numeri di dieci volte più grandi delle stime fatte dalla Cia nel rapporto The Independent. Si parla di centinaia di migliaia di combattenti, come dichiara Faud Hussein, capo di stato maggiore vicino al presidente curdo Massoud Barzani. “L’Isis” – continua – “controlla un territorio che è un terzo dell’Iraq e un terzo della Siria. Un territorio grande come la Gran Bretagna, con una popolazione che oscilla tra le 10 e 12 milioni di persone”. Tra questi, circa 30mila combattenti.
Numeri che però non sembrano impaurire il capo di stato maggiore dell’arma statunitense Martin Dempsey, che da Baghdad definisce il potente gruppo terroristico “banda di nani”. Il generale aveva già indicato al Congresso americano che sarebbero serviti 80mia uomini per sconfiggere il gruppo terroristico, affermando che “ogni volta che 100 jiahidisti dell’Isis si impossessano di un territorio, si devono reclutare militari 5 -10 volte in più del dovuto”. Su una cosa però sembra certo: “E’ una guerra destinata a durare tanto”.
Quali sono le cause che spingono un ragazzo, un adolescente, una donna, a voler cercare un posto da protagonista in questa potente e crudele organizzazione terroristica? Che storie hanno questi ragazzi e sopratutto quali sono le tecniche di reclutamento utilizzate? Probabilmente la motivazione è molto più semplice. In una regione povera, dove non c’è lavoro e il salario mensile non supera i 300 euro, le proposte fatte dell’Isis possono sembrare più attraenti.
Chi parte alla volta della Jihad?
Circa l’80% dei giovani sono cresciuti in famiglie atee, spiega il Cpdsi (Centre de prévention contre les dérives sectaires liées a l’islam), il 40% di loro hanno conosciuto episodi depressivi. “Si potrebbe seguire la pista di un malessere esistenziale che non ha
Ne’ nome, ne’ dottrine, ne appartenenza. Bisognerebbe vederli come i testimoni e le prime vittime di una profonda crisi culturale. Le vittime di una società che non ha più stimoli culturali”.
Tutti giovanissimi, tante ragazze, persone che hanno deciso di lasciare le loro città, i paesaggi urbani per raggiungere il deserto e conoscere la guerra. Se prendiamo una mappa della Francia possiamo notare come queste 376 persone implicate nei conflitti provengano da tutte le parti della nazione, “L’80% dei dipartimenti sono stati toccati”, afferma al quotidiano Le Figaro il prefetto Pierre N’Gahane. “Anche le famiglie di classe media o superiore non sono state risparmiate”, ha aggiunto.
Dunque, non si tratta solo di una guerra fatta da poveri. “Gli si è rivoltato il cervello”, afferma il papà di Gilles, 33enne nato a Cognac, cresciuto da nonni cattolici praticanti, convertitosi da adolescente e morto in Siria.
“Nora era una ragazzina normale” – racconta il fratello di una 15enne di Champfleury – “Aveva una doppia vita”. Cresciuta con una tradizione musulmana serena, la giovane aveva due vite, due account su Facebook e due numeri di telefono. Addirittura, continua il giovane, si vestiva anche in modi diversi a seconda di chi interpretava in quel momento. La sorella di Dyhia, 19enne di Grenoble, non è la sola a puntare il dito verso internet, mezzo, a suo parere, che ha giocato un ruolo fondamentale nella radicalizzazione della ragazza partita alla volta della Siria. Cresciuta in una famiglia di origini algerine non praticanti, Dyhia è partita a fine novembre. “Fu il fidanzato ad avvicinarla all’integralismo. Passava gran parte del suo tempo su siti internet della jihad, tra le immagini della guerra siriana. Infine è partita con un amico marocchino di 19 anni”, conclude incredula la sorella.
“Nel quartiere dove abito siamo tutti un po’ persi, non facciamo niente della nostra vita”, ha raccontato a France2 il giovane jihadista pentito Mehdi. “Io non conoscevo il conflitto siriano”, dopodiché prova a raccontare cosa l’ha spinto a partire: “Ti mostrano dei video. Donne che piangono che chiedono aiuto. Ti domandi Io a cosa servo? E loro ti rispondono di “Guarda, li tu non servi a niente, qui giù (nel conflitto) puoi servire a qualcosa”.
Anche Sarah a marzo, ha lasciato la famiglia nella quale viveva. “Dopo aver voluto portare il velo, la giovane ha lasciato la scuola ed è restata per 6 mesi chiusa dentro la camera davanti al suo pc”, raccontano i familiari.
Identica è la storia di Bilel, 23enne francese. Vite simili, accumunate da un’unica cosa, la partenza. Tra i tanti ragazzi partiti e tra quelli che li raggiungeranno, c’è chi, in questo conflitto, ha perso la vita. Sarebbero infatti già 36 i francesi morti in Siria e in Iraq.
Pochi giorni fa è stato identificato e poi subito smentito Mickael Dos Santos, alias Abou Uthman. Il giovane era presente nel video della decapitazione dell’ostaggio americano Peter Kassig, al fianco del connazionale Maxime Hauchard. Ana Dos Santos, mamma di Mickael, in un intervista a BmfTv aveva avanzato dubbi, dicendo di non riconoscere suo figlio in quelle immagini: “Riconosco mio figlio su questa foto” riferendosi all’immagine del profilo twitter di Abou Uthman, “Lì non è mio figlio, non lo riconosco”. “Ha un viso allungato e uno sguardo che non è il suo. Non so dirvi se si tratta di mio figlio o meno, più guardo la foto più ho dubbi. Non lo riconosco.” Qualche ora dopo la diffusione di questa testimonianza è arrivata la smentita su un nuovo account Twitter creato sotto il nome di Abou Uthman: “Annuncio chiaramente che non sono io in quel video”. Account poi subito sospeso. Sicuro è che Michael Dos Santos sia in quei territori. Il giovane aveva iniziato ad imparare l’arabo nel 2009, “Era un ragazzo gentile, l’hanno dovuto drogare per diventare così. Era cattolico, ha fatto il catechismo”. A raccontare del giovane è la nonna Maria. “Lui – continua l’anziana signora – “è scomparso un anno e mezzo fa. Dovevamo partire per il Portogallo come tutte le estati, con i suoi genitori e i suoi due piccoli fratelli. Non ha voluto seguirci. E’ restato solo a Champigny. E’ stato lì che abbiamo appreso della sua partenza per la Siria”.
E se alcuni partono per imbracciare il fucile, molte donne arrivano come “spose della jihad”.
Ragazze prevalentemente tunisine, europee, americane e australiane rispondono al Jihad al-Nika al-Nikah. Nota è la storia della ragazzina olandese Aisha, partita e poi salvata dalla madre a Raqqa, roccaforte dei miliziani. Le europee sarebbero quasi 200, 60 francesi, 50 inglesi e 40 tedesche; partono per essere date in moglie ai miliziani o semplicemente per soddisfare i loro piaceri, ma sopratutto per contribuire anche loro, donne, alla fondazione dello Stato Islamico, alla formazione della nuova società.
“I giovani occidentali che si arruolano nella jihad fanno una scelta mostruosa, ma siamo noi che abbiamo generato quei mostri”, dice Hanif Kureishi, scrittore anglo-pachistano in un intervista per il quotidiano italiano Repubblica. Kureishi, autore di numerose opere a riguardo, cerca di contribuire a far capire cosa spinge i ragazzi occidentali a partire. “Bisognerebbe chiedersi che cosa non gli abbiamo fatto e che cosa non siamo stati capaci di dirgli, di insegnargli. Certo, sono cresciuti in mezzo a noi. O, più precisamente, di fianco a noi: in genere in quartieri, famiglie, ambienti più poveri rispetto all’establishment nazionale. Quali modelli e quali ideali offre loro la società occidentale?” – continua – “il consumismo, la commercializzazione, la ricchezza come valore in sé, la fama da conquistare a colpi di reality show. E’ così sorprendente se un giovane povero trova nella religione islamica un modello alternativo a questi valori?”. Bernard Cazeneuve, ministro dell’Interno francese lancia un messaggio ai giovanissimi, li invita a stare attenti alla propaganda che stanno subendo e domanda loro di “guardare in faccia le mostruosità e le barbarie di questo gruppo terroristico”.
Nuove strategie di reclutamento
La strategia dello Stato Islamico di far comparire persone straniere, in maniera visibile, nei video diffusi su internet, ha un impatto psicologico molto forte. Come nel caso dei tre ragazzi francesi che fanno un appello ai loro connazionali mussulmani:“raggiungeteci”. Dopodiché buttano al rogo due passaporti e una patente di guida francesi. Le Pen nell’intervista a Sud-Radio afferma che, secondo lei, i social network sono una risorsa secondaria nel processo di reclutamento poiché “Tutti questi giovani sono passati un giorno per le moschee. Internet è venuto dopo”. E’ arrivata subito la smentita da parte del Cpdsi, “Internet sarebbe il modo d’indottrinamento nel 91% dei casi”. Da febbraio ad oggi, circa 160 famiglie si sono rivolte al centro chiedendo aiuto per i loro ragazzi.
“Io sono per la libertà totale della rete” aveva detto il leader FN, “al-Qaida recluta persone nelle Banlieues (periferie) francesi, che sono nelle mani dei fondamentalisti e dei criminali”.
Anche per questa dichiarazione è arrivata subito la smentita: Maxime Hauchard viveva in Normandia. Marine Le Pen conclude poi il suo intervento denunciando l’immigrazione massiva, “terreno del fondamentalismo islamico in Francia e i responsabili di tutto questo sono i dirigenti”. “E’ il momento di mettere i nostri dirigenti davanti al tribunale” – dice – “per chiedere loro quale responsabilità hanno nell’aumento del fondamentalismo nel nostro paese”.
Una cosa è certa, i jiahidisti utilizzando le tecniche classiche di manipolazione mentale e i metodi più innovativi di comunicazione virale. Giocano sull’idealismo che spinge i giovani a rischiar la vita per una causa giudicata “nobile”. Abdelasiem El Difraoui, autore di “al-Qaeda per immagini”, sostiene che il messaggio di questa organizzazione criminale sta nel dire : “Guardateci, noi arriviamo anche a reclutare giovani nella Normandia, giovani che andavano anche bene a scuola”.
Sicuramente questi video sono un messaggio rivolto ai giovani che hanno un debole per la violenza: “Guardate, si esprimono come voi, è tutto a vostra portata”. La narrazione dei video, dice Romain Caillett, “è United color of Jihad: un messaggio globale ed universale inviato al mondo per mostrare cosa vogliono creare”. Dettagli tutti presenti nel video “Flames of War” messo in linea a settembre. Il corto, della durata di 55 minuti, terminava con il discorso di un americano davanti ad un’esecuzione collettiva. Un messaggio universale che sta terrorizzando l’Occidente.
I jiahidisti lo sanno bene “Hanno perfettamente compreso il funzionamento del sistema mediatico occidentale. Ad ogni nuovo video noi, reagendo, facciamo il loro gioco”, stima Abdelasiem El Difraoui.
Il ruolo principale viene dunque giocato da internet e dai social network. Unici mezzi oramai in grado di arrivare sin dentro le camere, nelle case delle persone, dei giovani. FranceTv ha dedicato un mese d’inchiesta al cuore di Facebook. La giornalista è venuta a conoscenza dell’esistenza di gruppi e di ragazze che, sui social, si stavano organizzando per partire. Tramite un finto profilo Facebook è entrata nelle loro vite, le hanno confidato i loro desideri e sogni. Giovani ragazze che scrivono e si firmano come sorelle in nome di Allah, tutte giovanissime con un unica idea, “prendere parte a questa battaglia”.
I gruppi terroristici come al-Qaeda e l’Isis utilizzano per esempio le risorse sociali per indirizzarsi ai loro futuri membri e per promuovere il loro marchio nel mondo. Su Twitter in particolare possiamo notare come spesso questi gruppi riescono ad arrivare a fare vere e proprie campagne massive di reetwits, raggiungendo numerosa popolarità. Il tutto avviene grazie ad un utilizzo strategico degli hashtags e scrivendo, in prevalenza, in lingua inglese. L’Isis sta utilizzando una strategia di comunicazione digitale particolarmente sofisticata. Al-Qaida, ad esempio, utilizza Facebook e Twitter nella propaganda ma in maniera meno efficace, usando ancora i vecchi strumenti, come blog e siti classici. Anche la modalità nel girare i video è diversa, come pure l’efficacia: video lunghi, leaders che parlano per ore davanti la camera, video noiosi. L’Isis invece, utilizza uno stile hollywoodiano, video corti e soprattutto violenti, in grado di riuscire ad incollare il telespettatore allo schermo. “L’Organizzazione si muove come fosse una vera e propria azienda. Ha impugnato un cambiamento di comunicazione” dice Rafiq Abu-Moussab, l’uomo che ha diretto le scene di “Flames of War”. La differenza principale tra i due gruppi terroristici, si legge in qualche sito, sta nel fatto che al-Qaeda fa una lotta globalizzata, de-territoriale. L’Isis, invece, si presenta come un vero e proprio stato in funzione. Al-Qaeda è alla ricerca di lupi solitari, l’Isis di combattenti da frontiera. Possiamo dire con certezza che il gruppo terroristico sta sfruttando i nuovi sistemi di comunicazione per farsi propaganda, lanciando nel mondo un virus senza precedenti. Ricordiamo il lancio dell’applicazione ufficiale dell’Isis sugli store Google per i sistemi operativi Android, dopo pochi giorni bannata dall’azienda della Silicon Valley.
L’organizzazione terroristica più ricca della storia
Non abbiamo dubbi che l’Isis sia una delle organizzazioni terroristiche meglio organizzate e più spietate, e sicuramente più ricca in termini di capitali. Secondo quanto reso noto dalle fonti dell’intelligence Usa, i militanti jihadisti dell’Isis guadagnerebbero 3 milioni di dollari al giorno attraverso la vendita di petrolio, il traffico di esseri umani e le estorsioni. L’organizzazione, infatti, starebbe controllando 11 pozzi petroliferi in Iraq e Siria. Il materiale estratto sarebbe venduto attraverso vecchie reti commerciali e trasportato con autocisterne grazie alla complicità di funzionari di frontiera per poi essere venduto al prezzo di 25/60 dollari al barile, a differenza dei 100 dell’attuale valore di mercato. Dalla sola area di Mousul l’Isis starebbe ricavando 8 milioni di dollari al mese. Secondo analisti americani sarebbero invece in forte diminuzione i finanziamenti che un tempo giungevano dall’estero. Perle d’espoir, ovvero “Perle di speranza”, ad esempio, è un’associazione che ha come missione quella di aiutare i popoli palestinesi in Siria attraverso azioni indirizzate a l’educazione e la sanità. Secondo la procura di Parigi, alcuni convogli umanitari spediti dall’associazione francese servivano a finanziare i gruppi terroristici. Tant’è che i due principali dirigenti dell’associazione devono rispondere per finanziamenti al terrorismo e associazione criminale in relazione con una organizzazione terroristica. L’Isis veniva armato e finanziato da molti paesi occidentali, Turchia e paesi del Golfo. Paul Pillar, veterano della Cia, spiega in un intervista su nationalinterst.org come le armi inviate ai “ribelli siriani moderati” andassero a finire nelle mani degli estremisti. Jana Hybaskova, ceka, ambasciatrice europea in Iraq, ha affermato in un breefing della Commissione Affari Esteri del Parlamento europeo che “Alcuni paesi europei hanno comprato petrolio dall’Isis”. Susan Rice al tempo ammetteva che gli Usa avevano dato armi ad al-Qaeda in Siria.
Dichiarazione confermata poi da Jamal Marouf a capo del Syrian Revolutionary Front, gruppo creato dalla Cia con l’intelligence di Arabia e Qatar. “Se quelli che ci sostengono” – ha spiegato riferendosi agli Stati Uniti, Qatar e Arabia Saudita – “ci dicono di mandare le armi a un altro gruppo le mandiamo. Un mese fa ci dissero di mandare molte armi a Yabroud (Siria) e noi, lo abbiamo fatto”. In riferimento alla Turchia scriveva il premio Pulitzer Seymour Hersh, “Si sa che il primo ministro turco Erdogan (oggi presidente, ndr.) appoggia l’al-Nusra Front e altri gruppi terroristici”.
L’Islamic State of Iraq and al-Sham sarebbe dunque co-finanziato da americani, sauditi, qatarini e anche europei. Tant’è che a Mosoul l’esercito iracheno, addestrato dagli Usa, non è riuscito a fermare l’avanzata dei 3mila jihadisti. Addirittura i soldati avrebbero lasciato sul campo uniformi e armi .
L’Isis dunque è una forza militare a tutti gli effetti, “un esercito motivato e disciplinato con chiari e definiti obiettivi politici e territoriali”, come recita un post su Counterpunch online.
Abu Bakr al-Baghdadi è ad oggi il 50mo uomo più famoso al mondo, a capo dell’organizzazione terroristica che ha come scopo quello di creare un nuovo stato sotto forma di Califfato, con legge islamica, oggi, secondo la rivista Forbes, il gruppo criminale più ricco della storia.

