Libano. Hezbollah: l’ultimatum americano, una polveriera pronta a esplodere

di Giuseppe Gagliano –

Il Libano è di nuovo sull’orlo del baratro. Gli Stati Uniti hanno alzato la voce, pretendendo un impegno formale del governo libanese a disarmare Hezbollah. Una richiesta che suona più come un aut-aut che come una proposta negoziale. A detta di Washington, senza una decisione netta da parte di Beirut, non ci sarà più spazio per il dialogo: niente colloqui, niente pressioni su Israele per un cessate il fuoco, e nessun ritiro militare dallo strategico Sud del Paese. Un approccio che rischia di scatenare una nuova crisi regionale, proprio quando il Libano più avrebbe bisogno di tregua e ricostruzione.
La proposta americana, appoggiata informalmente anche da Israele, prevede che il Consiglio dei ministri libanese firmi un impegno ufficiale per il disarmo del movimento sciita. Ma Hezbollah, pur dichiarandosi pubblicamente contrario a questa ipotesi, avrebbe lasciato trapelare disponibilità a una “riduzione dell’arsenale”. Una sfumatura che però non soddisfa né Tel Aviv né Washington. Il partito-milizia, che gode ancora oggi di uno status quasi statuale in Libano, insiste affinché sia Israele a muovere il primo passo, ritirando le truppe e cessando gli attacchi con droni. Una posizione speculare a quella americana, e sintomo di un impasse strutturale.
Dal punto di vista strategico-militare l’eventuale disarmo di Hezbollah rappresenterebbe un colpo durissimo all’architettura difensiva dell’asse sciita. Per Teheran, che considera il movimento libanese un avamposto essenziale in chiave anti-israeliana, sarebbe una perdita inaccettabile. D’altro canto, Tel Aviv punta a neutralizzare una minaccia che nel 2024 ha dimostrato, ancora una volta, di poter colpire in profondità il territorio israeliano, sia con razzi, sia con droni armati. Le continue incursioni aeree e i bombardamenti nel sud del Libano servono a logorare le capacità operative di Hezbollah, ma anche a provocarne la reazione e giustificare future escalation.
Nel contesto regionale, la posizione americana non è priva di calcolo geopolitico. Spingere il governo Salam ad assumersi la responsabilità politica del disarmo significa, di fatto, metterlo sotto ricatto. Se accetta, rischia una guerra civile. Se rifiuta, rischia di restare isolato a livello internazionale e di diventare bersaglio diretto della rappresaglia israeliana. In mezzo, il Parlamento libanese guidato da Nabih Berri, alleato storico di Hezbollah, che tenta una mediazione chiedendo a Washington garanzie preventive sul cessate il fuoco. Ma l’intransigenza americana ha un obiettivo preciso: rompere il fronte di resistenza che da Beirut arriva a Teheran, passando per Damasco.
A rendere ancora più esplosivo il quadro è la situazione economica libanese, già devastata da anni di collasso finanziario. Il disarmo di Hezbollah, anche parziale, comporterebbe la perdita di migliaia di posti di lavoro, l’indebolimento delle reti di welfare parallelo create dal movimento e, non da ultimo, l’insicurezza di intere aree del Paese che, per anni, sono state governate più da milizie che da istituzioni statali. A ciò si aggiunge il possibile blocco degli aiuti internazionali, già in bilico per le tensioni con gli USA. In gioco c’è anche il ruolo del Libano come snodo energetico futuro del Mediterraneo orientale, una partita che interessa tanto l’Europa quanto la Russia, e che Hezbollah controlla attraverso la presenza militare a ridosso dei giacimenti marittimi contesi.
Gli Stati Uniti sembrano disposti a scommettere sull’escalation per ottenere un risultato strategico: l’indebolimento definitivo di Hezbollah e il ridisegno degli equilibri di potere nel Levante. Ma in un contesto così fragile, ogni passo falso rischia di trasformare il Libano nel nuovo epicentro del caos mediorientale. Né Israele né Hezbollah sembrano pronti a cedere davvero. Il governo Salam si trova quindi stretto tra due fuochi, in un gioco pericoloso in cui ogni mossa diplomatica rischia di tradursi in una scintilla militare.