di Guido Keller

Si intensificano ulteriormente le violenze in Libia, con pesanti combattimenti a Sirte, a Bengasi e a Derna: nella prima città le milizie islamiche e membri della tribù Ferjani, che abita la città da sempre, si sono sollevati contro gli occupanti dello Stato Islamico, nella seconda a combattere i jihadisti del Daesh (Isis) sono i militari del governo “di Tobruk”, cioè di quello riconosciuto dalla comunità internazionale.

Le notizie che arrivano da Sirte sono drammatiche e parlano di scontri in corso da lunedì a seguito dell’uccisione del leader salafita Khalid Ben Rijab. I morti sono già decine ed i bombardamenti a colpi di mortaio di sono susseguiti per ore; l’ong di attivisti libici “Comitato nazionale per la difesa dei diritti umani” ha riferito via Twitter che “Nella città i civili sono vittime di un progetto di sterminio di massa perpetrato dall’Isis che sta bombardando la città in modo indiscriminato”: non si tratta di un’esagerazione, tant’è che, stando al quotidiano tunisino al-Wasat, i jihadisti hanno incendiato un ospedale e passato per le armi 22 pazienti. Fonti riportano anche di numerosi rapimenti di coloro che si sono opposti al dominio della città da parte del Califfato. Oggi gli uomini dello Stato Islamico sono riusciti a riprendere il controllo della zona portuale, conquistata ieri dai miliziani salafiti e dai residenti.

A Bengasi la situazione si presenta diametralmente opposta, con i jihadisti del Daesh sul punto di essere sconfitti dai militari del generale Khalifa Haftar, nominato non molto tempo fa dall’esecutivo “di Tobruk” capo dell’esercito libico. I combattimenti sono in corso nel sobborgo di Sabry, ma Haftar potrebbe ricorrere all’aiuto dei caccia egiziani, opzione questa lasciata fino ad oggi quale extrema ratio trattandosi di quartieri residenziali.

Un’altra città sul punto di essere liberata è Derna, ed il portavoce dell’esercito, Ahmed al-Mesmary, ha informato che i soldati “di Tobruk” hanno circondato le posizioni dei jihadisti. al-Mesmary ha spiegato che la città, conquistata dall’Isis nel 2014, è occupata dal gruppo jihadista Abu Salim, che considera i militari regolari degli infedeli che meritano l’uccisione. Riferendosi ai possibili raid, il portavoce ha spiegato che “non vogliamo devastare la città come è accaduto a Sabry e a Bengasi. Abbiamo lasciato l’intera questione ai residenti di Derna che conoscono l’ubicazione dei terroristi e i loro movimenti”; difatti è stato grazie alla collaborazione dei cittadini di Derna che i militari sono riusciti a penetrare nel centro abitato e a combattere i jihadisti.

Dopo aver preso Derna lo scorso anno sconfiggendo le milizie di Ansar al-Sharia e delle Brigate dei Martiri di Abu Saleem, i jihadisti del Daesh hanno instaurato la Sharia ed il Consiglio della gioventù islamica ha comminato numerose condanne a morte, pubbliche flagellazioni e lapidazioni; vi è inoltre stata la sistematica uccisione di pubblici ufficiali, magistrati e membri delle forze di sicurezza.

A seguito di quanto accaduto a Sirte e viste le continue difficoltà a combattere i jihadisti, il governo “di Tobruk” è tornato a parlare di responsabilità del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per i crimini compiuti dal Daesh, dal momento che l’esercito libico è sottoposto a embargo sulle armi dal 2011.

Evidentemente al Palazzo di Vetro preme depotenziare i militari, i quali userebbero le armi contro Tripoli, mentre vuole continuare la missione dell’inviato Bernardino Leon.

Tuttavia i miliziani “di Tripoli” e i jihadisti del Daesh continuano a ricevere armi dai propri sostenitori: l’11 maggio i militari di Haftar hanno bombardato un cargo turco carico di armi e, come aveva spiegato il portavoce dell’esercito Mohamed Hejazi, “la nave turca era diretta a Derna”.

I detrattori della figura Khalifa Haftar ritengono che il generale sia un “prodotto” della Cia in quanto è stato liberato dagli 007 americani nel 1987 in Ciad, dov’era prigioniero in seguito alla disastrosa “Guerra delle Toyota”, quindi è stato portato negli Usa e ha fatto ritorno in Libia nel 2011, quando ha comandato la piazza di Bengasi nel’insurrezione contro Gheddafi.