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Nonostante l’impegno della comunità internazionale, che in Libia ha inviato Bernardino Leon con lo scopo di promuovere il dialogo fra le parti, continuano aspri gli scontri fra i gruppi jihadisti, in particolare di Ansar al-Sharia, e quelli nazionalisti della tribù di Zintan a est e dell’ex generale Khalifa Haftar a Bengasi.
Haftar, lo ricordiamo, è considerato dai suoi detrattori come un’espressione della Cia in quanto è stato liberato dagli americani nel 1987 in Ciad, dov’era stato fatto prigioniero in occasione della Guerra delle Toyota, ed è rimasto negli Usa fino al 2011, quando è rientrato in Libia per comandare la piazza rivoltosa di Bengasi.
L’ex generale rappresenta uno degli ultimi baluardi all’espansione dei jihadisti e controlla l’aeroporto di Bengasi da dove partono attacchi contro Ansar al-Sharia e contro le Brigate 17 febbraio: alle sue forze i sono uniti reparti dell’esercito regolare. Haftar sostiene il Parlamento “di Tobruk” eletto in giugno (in contrapposizione a quello “di Tripoli” riesumato dai jihadisti dall’Assemblea costituente), sconfessato dalla Corte costituzionale, ma riconosciuto dalla comunità internazionale e in particolare dall’Italia, paese maggiormente legato alla Libia.
Oggi la commissione d’inchiesta parlamentare Usa sui Servizi d’informazione, “dopo migliaia di ore di indagini” ha affermato che la risposta dell’amministrazione Obama agli attacchi dell’11 settembre 2011, che portarono alla morte dell’ambasciatore Chrispopher Stevens, di 5 funzionari diplomatici e di una decina di poliziotti libici, è stata adeguata, ovvero che non vi furono ritardi nella reazione statunitense all’attacco e non furono commessi errori da parte dell’intelligence, che inviò sul posto un team della Cia per soccorrere il personale sotto attacco dei militanti islamici. “La Cia – si legge nel rapporto – ha garantito una sicurezza sufficiente ai suoi agenti a Bengasi ed ha portato soccorso ai dipendenti del dipartimento di Stato, la notte dell’attacco”.

