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Il generale libico Khalifa Haftar si è recato a Mosca per incontrare il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrushev, il ministro della Difesa Sergei Shoigu e il ministro degli Esteri Sergei Lavrov. Scopo del viaggio è quello di ottenere quelle forniture di armi che non è riuscito ad avere dall’Italia e dai paesi occidentali, chieste più volte lo scorso anno e per cui era addirittura arrivato a minacciare di lasciar passare un’immigrazione di massa, affermando nel marzo 2015 che “In Italia siete molto preoccupati per questo fenomeno (dell’immigrazione, ndr.), che in questo momento non siamo in grado di controllare visto che gli estremisti utilizzano il traffico di essere umani per finanziarsi. Vorremmo che venissero rispettati e rinvigoriti i vecchi accordi ora in disuso, ma perché accada serve l’intervento rapido della comunità internazionale a sostegno del governo legittimo di Tobruk”.
Haftar risponde al governo “di Tobruk” di Abdullah al-Thani, frutto delle elezioni del giugno 2014 ma oggi considerato illegittimo dalla comunità internazionale, dopo che le mediazioni hanno portato ad un nuovo governo di unità nazionale guidato da Fayez al-Serraj.
Di recente Haftar ha ottenuto un’importante fornitura di armi e di mezzi dall’asse emiratino-egiziano, ma è fallito il suo tentativo di vincere l’Isis a Sirte, cosa che gli avrebbe permesso di assumere un ruolo centrale nelle trattative di adesione di Tobruk al governo di Tripoli. A Sirte sono infatti giunti i militari del governo di unità nazionale, guidati dal generale Mohamed al-Ghasri.
In realtà la figura di Haftar è osteggiata da diverse tribù libiche in quanto, stando ai suoi detrattori, sarebbe al soldo di Washington: fatto prigioniero nel 1987 dall’esercito ciadiano in occasione della “Guerra delle Toyota”, è stato prelevato dalla Cia e portato negli Usa, dove vi è rimasto fino al 2011 per ricomparire in Libia a comandare la piazza di Bengasi nell’insurrezione che ha portato alla deposizione di Muammar Gheddafi.

