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Dopo il capo dell’esercito Khalifa Haftar e il premier “di Tobruk” Abel Fatah al-Sisi, anche il presidente del Parlamento libico riconosciuto dalla comunità internazionale Aqila Saleh ha chiesto all’Italia ed alla Comunità internazionale di levare il blocco all’importazione di armi.
Saleh ha brandito sia la minaccia dell’Isis e di al-Qaeda, affermando all’Ansa che “possono passare dalla Libia all’Italia e ciò è un grande pericolo visto che molti terroristi sono in Libia”, sia dell’immigrazione incontrollata, dal momento che “siamo vicini, ci separano solo 300 chilometri di mare. L’immigrazione clandestina è un motivo di inquietudine per il popolo libico e rappresenta un problema per quello italiano perché può costituire un problema di sicurezza per l’Italia”.
Solo una settimana fa Haftar aveva affermato lo stesso concetto in un’intervista con la quale si rivolgeva a Renzi per “convincere la comunità internazionale a rimuovere l’embargo sulle armi e di aiutarci a combattere per una Libia libera dagli estremisti. E’ decisivo anche per l’Italia: se dovesse vincere l’Isis sarebbe a rischio la vostra sicurezza”.
Il 25 febbraio era stato il capo del governo, Abdullah al-Thani, a criticare duramente “Usa, Gran Bretagna e i Paesi dell’Ue per non aver fornito armi”, mentre “La coalizione dell’Alba della Libia”, cioè gli islamisti che fanno capo la governo “di Tripoli” di Omar al-Hassi, “è parte di una milizia islamica che riceve armi, munizioni e rifornimenti da tutto il mondo” ed a concludere che “l’America e la Gran Bretagna hanno altre idee, contrarie all’interesse del popolo libico”.
In realtà è palese che da Tobruk vengono chieste armi non tanto per combattere l’Isis, che comunque rappresenta una minaccia, quanto per opporsi alle milizie “di Tripoli”e quindi di “Alba della Libia”, di cui fanno parte forze qaediste come Ansar al-Sharia. Queste ricevono armi via terra dai vari trafficanti e movimenti integralisti che si spostano liberamente nel Sahel.
Nel suo intervento di oggi Saleh ha comunque voluto garantire che “Creeremo un nuovo Stato, democratico, e formeremo un governo di unità nazionale transitorio e sarà la Camera dei rappresentati che darà la fiducia all’esecutivo”, “come avviene in tutti i paesi democratici”.

