di Enrico Oliari –
L’Egitto starebbe ammassando truppe e mezzi al confine libico per colpire l’Isis a Derna, senza attendere un mandato sovranazionale. Non si tratta della prima azione del Cairo in territorio libico, tant’è che già a febbraio i caccia egiziani avevano compiuto azioni mirate nelle aree controllate dai jihadisti, dopo la decapitazione di 21 lavoratori egiziani di religione copta, fatto drammatico che si è ripetuto pochi giorni fa quando ad essere uccisi dai boia di Abu Bakr al-Baghdadi sono stati in 35.
La notizia è stata diffusa da Debka-file, portale del Mossad israeliano, ma è da tempo che le autorità egiziane stanno cercando il consenso di paesi ed organismi internazionali all’iniziativa di un’operazione antiterrorismo.
Si ritiene che il presidente egiziano Andel Fatah al-Sisi, che già può contare sull’appoggio politico dei russi (è in costruzione una base navale russa ad Alessandria e già oggi Mosca rifornisce di armi e di soldi il Cairo), abbia ricevuto il via libera anche da Washington, e di certo vi è che già il presidente egiziano ha discusso della cosa con il capo della Cia John Brennan. al-Sisi avrebbe garantito a Brennan che le sue forze si ritireranno dalla Libia non appena sconfitti e disarmati i miliziani del Califfato.
Non è tuttavia detto che un’eventuale azione dell’Egitto in Libia possa presentarsi come risolutiva, dal momento che già oggi i jihadisti si sono arroccati su alture poco distanti da Derna al fine di resistere e soprattutto di dare il tempo alle altre formazioni islamiste presenti nella zona di eventualmente intervenire. Non è escluso inoltre che i militari egiziani finiscano ad affiancarsi alle milizie del generale Khalifa Haftar, capo dell’esercito “di Tobruk” e da diversi ritenuto essere una longa manus della Cia per la sua storia che lo vede essere stato fatto prigioniero nel 1987 dai ciadiani in occasione della “Guerra delle Toyota”, quindi immediatamente prelevato dalla Cia e portato negli Usa dove vi è rimasto fino al 2011, quando è tornato in Libia per comandare a piazza di Bengasi nell’insurrezione contro Gheddafi.
Tuttavia a preoccupare la comunità internazionale è la notizia del rifiuto da parte del governo “di Tripoli”, riconosciuto solo da Qatar e Turchia, islamista e con premier Omar al-Hassi, della bozza finale di pace stilata dopo vari incontri dalle delegazioni delle due parti, ovvero con il “governo di Tobruk”, riconosciuto dalla comunità internazionale e guidato da Abdullah al-Thani.
Il piano, frutto della mediazione dell’inviato dell’Onu Bernardino Leon e intitolato “Accordo Politico per la Libia”, prevede tra l’altro la creazione di un Consiglio presidenziale composto dal primo ministro, dai due vice-premier che faranno parte del governo e da altri due ministri: compito di quest’organismo dovrebbe essere quello di governare come si trattasse di un unico presidente, trovando di volta in volta la maggioranza fra i cinque elementi. Il presidente del Consiglio dei cinque rivestirebbe il ruolo di Capo dello stato, mentre il comando supremo delle Forze armate spetterebbe al Consiglio stesso, che verrebbe anche a scegliere i vertici delle stesse come pure gli ambasciatori e i massimi dirigenti dello Stato, con l’eccezione del governatore della Banca di Libia e di altri funzionari di controllo finanziario, che verrebbero ad essere nominati con 2/3 dei voti del Parlamento libico.

