di Enrico Oliari

Nonostante il palese fallimento della politica della comunità internazionale sulla Libia, il rappresentante delle Nazioni Unite, Bernardino Leon, ha deciso di compiere un ulteriore tentativo e di riunire le parti in Svizzera. All’appuntamento sono convenuti i rappresentanti della politica, ma, per quanto nel paese nordafricano sia in corso una vera e propria guerra, non i delegati dei combattenti.

La cosa è comprensibile in quanto oggi, a differenza di un tempo, gli attori in lotta sono sostanzialmente due, jihadisti e filo-governativi, mentre fino a pochi mesi fa il quadro degli scontri era fatto da tribù e da gruppi vari che si combattevano gli uni con gli altri.

La caotica situazione politica vede da una parte le milizie filo-governative riconoscersi nel Parlamento e nel governo “di Tobruk”, con premier Adullah al-Thani, frutto delle elezioni di giugno e riconosciuto dalla comunità internazionale, e dall’altra quelle jihadiste che sostengono il Parlamento e il governo “di Tripoli”, con premier Omar al-Hassi, riesumato dai jihadisti dalla precedente Assemblea transitoria dopo la conquista della città.

Come se non bastasse, la Corte costituzionale libica ha annullato le elezioni di giugno, di fatto azzerando il Parlamento e il governo “di Tobruk”.

L’auspicio di Leon, pronunciato oggi a Ginevra in apertura dei lavori, di far tacere le armi e di arrivare ad un governo di unità nazionale appare quindi peccare di “buonismo”, anche se non sembra esservi alternativa alla via del dialogo per evitare di ricorrere all’ultima chanche, ovvero all’intervento diretto della comunità internazionale nel conflitto in un momento in cui vi sono altre crisi aperte.

La linea di Bernardino Leon continua quindi ad essere quella espressa lo scorso 17 settembre dalla Conferenza di Madrid, in occasione della quale Federica Mogherini aveva affermato che “Sono due le grandi sfide lanciate: coordinare l’azione di tutti i Paesi della regione e degli inviati speciali sotto l’egida dell’Onu, perché gli sforzi internazionali siano percepiti dai libici come di aiuto e non come presa di posizione in un conflitto interno”. “Il vero obiettivo – aveva aggiunto – è passare dallo scontro sul piano militare al terreno politico”.

Difficile in un paese dove gli scontri armati, con tanto di raid aerei e di colpi di artiglieria pesante, sono sotto gli occhi di tutti, con già interi centri abitati, come Derna (150mila abitanti), che hanno proclamato l’adesione allo Stato Islamico di al-Baghdadi (Isis).

Dopo la sconfitta delle truppe di Misurata, che tenevano Tripoli, la coalizione dei jihadisti (Fajir – Alba della Libia) sta ora concentrando i suoi sforzi nella parte orientale del paese, dove però le si sono opposti i combattenti del generale Khalifa Haftar, con base nell’aeroporto di Bengasi.

Khalifa Haftar, lo ricordiamo, è considerato dai suoi detrattori come un’espressione della Cia in quanto è stato liberato dagli americani nel 1987 in Ciad, dov’era stato fatto prigioniero in occasione della Guerra delle Toyota, ed è rimasto negli Usa fino al 2011, quando è rientrato in Libia per comandare la piazza rivoltosa di Bengasi.

I colloqui iniziati oggi arrivano dopo a serie di riunioni fallimentari, ultima quella dello scorso 5 gennaio quando i delegati non si sono presentati; sono ospitati dalla Usmil (Missione Onu in Libia) presso gli uffici delle Nazioni Unite di Ginevra.