di Enrico Oliari –
Dopo la città di Derna, i jihadisti dell’Isis, lo Stato islamico di Abu Bakr al-Baghdadi, hanno preso il controllo di Sirte. L’operazione è stata eseguita in modo rapido, senza incontrare ostacoli, ed è iniziata con il prendere possesso della radio cittadina, per cui immediatamente sono iniziate le trasmissioni dei discorsi del “Califfo” e dei versetti del Corano.
E, finalmente, l’opinione pubblica internazionale si è resa conto che nel caos libico sono tre gli attori ora in gioco, senza contare la criminalità organizzata, i trafficanti di uomini, di droga e di armi, le tribù che non si schierano con i macro-gruppi, qualche brigata dell’ancien regime che brancola nel sud e persino i secessionisti dell’una o dell’altra regione. In uno stato che di fatto non esiste ne’ è mai esistito, fin da quella deposizione di Muammar Gheddafi che qualcuno ha avuto il coraggio di chiamare “Primavera Araba” o, peggio ancora, “Rivoluzione”.
Sta di fatto che con la presa di Sirte, che segue la conquista di Derna, l’Isis viene ad essere presente in Siria, Iraq, Libia, nel Sinai e frange sono giunte anche in Mali, dando così una prima forma a quello che dovrebbe essere il Califfato.
Certamente anche a Sirte i jihadisti vi introdurranno l’osservazione della Sharia,cosa già successa a Derna, tanto che il 27 novembre Human Rights Watch ha reso noto che, in base ai propri rapporti, i jihadisti hanno commesso diverse violazioni dei diritti umani, con esecuzioni sommarie, pubbliche flagellazioni e altre forme estreme di esercitazione della giustizia.
Ieri è giunta notizia dell’uccisione da parte dell’Isis libico di 21 lavoratori egiziani di religione cristiano-copta, considerati miscredenti dai jihadisti.
Gli altri due attori sono le milizie filo-governative che si riconoscono nel Parlamento e nel governo “di Tobruk”, con premier Adullah al-Thani, frutto delle elezioni di giugno, riconosciuto dalla comunità internazionale ma sconfessato dalla Corte costituzionale, e quelle islamiste, che sostengono il Parlamento (Congresso Nazionale Generale) e il governo “di Tripoli”, con premier Omar al-Hassi, riesumato dai jihadisti dalla precedente Assemblea transitoria a seguito della conquista della capitale.
Mentre le varie fazioni hanno continuato a spararsi, bombardarsi con i jet e con i mezzi blindati, l’azione della comunità internazionale è stata fino ad oggi quella di promuovere il dialogo fra le parti, un “volemmoce bene” per cui si sono tenute riunioni su riunioni, come quella di Madrid del 18 dicembre, a cui hanno preso parte 20 paesi (per l’Italia l’allora ministro degli Esteri Federica Mogherini) e che si è conclusa con l’invito a deporre le armi e a dialogare: si è trattato dell’ennesimo invito a deporre le armi ed a dialogare, niente di più. Idem per l’azione dell’inviato delle Nazioni Unite, Bernardino Leon, il quale è riuscito il 14 gennaio scorso, dopo innumerevoli tentativi, a far sedere attorno ad un tavolo a Ginevra i rappresentanti di Tobruk e quelli di Tripoli, per invitarli al dialogo e alla pace.
Qualche settimana fa le milizie del generale Khalifa Haftar, alle quali si sono uniti interi reparti dell’esercito, hanno provato ad attaccare i jihadisti dell’Isis proprio a Derna, a quanto pare senza successo, per cui le milizie “filo-Tobruk” un giorno avanzano ed uno arretrano, rimanendo inchiodate nella parte più orientale della Libia.
Di certo non gioca a favore di Haftar il sentimento anti-occidentale insito nella popolazione, poiché il generale viene ritenuto un’espressione della Cia in quanto è stato liberato dagli americani nel 1987 in Ciad, dov’era stato fatto prigioniero in occasione della Guerra delle Toyota ed è rimasto negli Usa fino al 2011, quando è rientrato in Libia per comandare la piazza rivoltosa di Bengasi.
Ma anche le milizie “filo-Tripoli”, quelle islamiste, hanno subito attacchi da parte dei jihadisti dell’Isis, tanto che nei giorni scorsi un gruppo di miliziani della tribù di Misurata (che ha cacciato dalla capitale quella di Zintan, consentendo la nascita del nuovo Parlamento) sono stati passati per le armi, ed ancora il 27 gennaio vi è stato un attacco, rivendicato dall’Isis, all’hotel Chorintia di Tripoli, finalizzato (senza successo) ad uccidere il premier Omar al-Hassi.
Il 4 luglio del 2013 il premier italiano Enrico Letta e il collega libico Alì Zeidan si erano incontrati a Roma per discutere della ripresa dei lavori in Libia (sul piatto contratti per 110 miliardi), e l’Italia è stata incaricata sempre in quell’anno dal G8 di Lough Erne di districare la complessa situazione, a quanto pare senza successo.
Oggi il premier Matteo Renzi ha posto la “questione libica” al Consiglio europeo, ricordando che “Esiste il problema dell’Ucraina, ma anche un’emergenza in Libia della quale tutta l’Europa deve farsi carico”.
Qualcosa in più l’ha detta il ministro degli Esteri paolo Gentiloni, il quale ha spiegato che “L’Italia sostiene la mediazione dell’Onu, ma se non riusciamo nella mediazione, credo che bisogni porsi il problema, con le Nazioni Unite, di fare qualcosa di più”. “L’Italia – ha continuato – è pronta a combattere, naturalmente nel quadro della legalità internazionale”, in quanto “non possiamo accettare che a poche ore di navigazione dall’Italia ci sia una minaccia terroristica attiva”.
L’azione diplomatica dell’Italia di coinvolgimento della comunità internazionale in un’azione più concreta di quella portata avanti dall’Onu attraverso Bernardino Leon, potrebbe avere proprio l’esito di coalizzare il governo “di Tobruk” con quello “di Tripoli”, spingendoli finalmente al dialogo e quindi ad intervenire uniti contro il terzo attore, cioè lo Stato Islamico, il quale non rappresenta un problema solo per l’occidente.

