di Enrico Oliari –

Nonostante il disastro libico sia sotto gli occhi di tutti e paesi come l’Italia ne subiscano gli effetti in termini di approvvigionamento energetico, di perdita di fatturato per le aziende, di dramma dell’immigrazione e di minaccia terroristica alle porte, dal palazzo di Vetro è arrivata per l’ennesima volta la decisione di continuare sulla via della promozione del dialogo fra le parti.

La strategia di sempre, insomma. E mentre l’Egitto attacca via cielo e via terra l’Isis di al-Baghdadi, che controlla le città di Derna e di Sirte, anche l’Italia si è accodata per sostenere la soluzione diplomatica di un conflitto sanguinario che si radica in atavici dissidi fra le tribù, come pure nei fondamentalismi vari.

Come se, fino ad oggi, le riunioni a fiume, le conferenze internazionali e gli appelli alla pace fossero serviti a qualcosa.

Tanto per dirne una, la comunità internazionale, e quindi anche l’Italia, riconosce come legittimo il “Governo di Tobruk”, con premier Abdullah al-Thani: è il frutto delle elezioni del giugno scorso, inficiate tuttavia dalla Corte costituzionale, e tanto basta a quelli dell’islamista “Governo di Tripoli”, presieduto da Omar al-Hassi, di ritenere l’altro quale organismo illecito. Se poi in questo quadro ci si mettono i jihadisti dell’Isis, che combattono l’una e l’altra parte, vien da chiedersi cosa ci sia ancora da aspettare per prendere decisioni responsabili ed efficaci.

Anche perché il caos libico non è solo Tobruk, Tripoli e Derna. Vi è anche la realtà delle tribù che si scontrano per antichi rancori, delle bande criminali che trafficano in armi, droga e uomini, dell’assoluta inconsistenza dello stato, di una società comunque in crisi per il fatto che il Socialismo Verde di Gheddafi dava tutto e nessuno doveva lavorare (la forza lavoro era rappresentata dagli immigrati), per cui oggi nessuno sa concretamente cosa fare.

Davanti a tutto questo l’Onu ha scelto di continuare sulla via del mettere d’accordo le parti, per cui vedremo ancora fiumi di riunioni dall’esito pressoché inutile, come quella del18 dicembre di Madrid, alla quale hanno preso parte 20 paesi per invitare le parti a deporre le armi e ad intavolare il dialogo nazionale.

E’ il motivo per cui l’inviato dell’Onu nella crisi libica, lo Spagnolo Bernardino Leon, ha fatto sedere il 14 gennaio scorso attorno ad un tavolo nel proprio ufficio di Ginevra i rappresentanti di Tobruk e quelli di Tripoli: “deporre le armi” e “dialogo nazionale”. Anche oggi Leon ha affermato in teleconferenza all’assemblea dell’Onu che le diversità di posizioni in Libia “non sono insormontabili.

Al Palazzo di Vetro l’ambasciatore italiano Sebastiano Cardi ha parlato di “integrazione delle milizie in un esercito regolare e per la riabilitazione delle infrastrutture”, ovvero di mettere nello stesso insieme coloro che oggi si stanno combattendo anche per una visione della vita e non solo dello stato filosoficamente diversa, se si pensa che le milizie che compongono “Alba della Libia” sono di matrice islamista, compresa Ansar al-Sharia.

Per l’Italia è necessario agire subito e con determinazione, “attraverso un cambio di marcia della comunità internazionale prima che sia troppo tardi”. Ma sempre tenendo come ultima l’opzione militare. Ultima, ma non si capisce rispetto a cosa.

Più concretamente l’Egitto, attraverso il suo ministro degli Esteri Sameh Shoukry, ha chiesto la fine dell’embargo delle armi ai miliziani sostenitori del governo “di Tobruk” ed un blocco navale volto a impedire che spedizioni di materiali bellici arrivino in aree fuori dal controllo delle autorità libiche legittime.

L’Onu ha quindi rifiutato ancora una volta la linea dura, attuata in passato su altri scenari assai meno gravi: si procederà con i negoziati, per arrivare ad un’ (utopica) unità nazionale.