di Enrico Oliari –

E’ stato siglato un accordo fra la Libia, l’Egitto, il Ciad ed il Sudan per lo sfruttamento dell’acqua della “Falda nubica”, il più grande giacimento di acqua fossile del mondo: dei quattro paesi la Libia era quello che nell’epoca di Gheddafi era impegnato nella costruzione delle infrastrutture necessarie a portare l’oro blu alle città costiere, tant’è che il posizionamento delle enormi tubature era già a buon punto al momento della caduta del regime (Notizie Geopolitiche aveva già trattato l’argomento in modo approfondito nel luglio 2012).

L’accordo di oggi prevede tuttavia uno sfruttamento concertato della risorsa che, è bene ricordarlo, non è rinnovabile, e quindi una gestione efficiente del sistema idrico.

L’acqua fossile ha milioni se non miliardi di anni, è un residuo delle glaciazioni e si trova in profondità sotto pressione: rimuoverla senza i dovuti accorgimenti potrebbe minacciarne la qualità, accelerare la degradazione della terra e danneggiare la biodiversità.

Il progetto libico denominato “Grande fiume artificiale” (Great Man-made River), aveva lo scopo di convogliare le acque fossili e di renderle disponibili all’utilizzo umano, sfruttando un bacino sotterraneo di 35mila kmq situato sotto il deserto del Sahara.

All’accordo fra i paesi si è arrivati grazie alle Nazioni Unite: sono intervenuti infatti il Programma per lo sviluppo (Undp), il Fondo mondiale per l’Ambiente (Gef), l’Organizzazione per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco) e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea).