di Enrico Oliari

E’ stato firmato a Skhirat, in Marocco, il nuovo accordo fra le parti in lotta in Libia per avviare un governo di unità nazionale e quindi porre fine alle ostilità.

Dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi, la Libia è esplosa in una miriade di tribù dalle antiche conflittualità, parte delle quali si riconoscono oggi nei parlamenti e nei governi “di Tripoli”, islamista e con premier Khalifa al-Ghweil, e “di Tobruk”, frutto delle elezioni di giugno 2014, riconosciuto dalla comunità internazionale (Turchia e Qatar hanno dato il riconoscimento a Tripoli) e con premier Abdullah al-Thinni.

Quella di oggi non la prima firma di un compromesso fra le parti, basti pensare che la mediazione dell’allora inviato dell’Onu Bernardino Leon aveva già prodotto diversi accordi poi disattesi soprattutto per l’indisponibilità da parte dei gruppi e delle fazioni islamiste che partecipano al parlamento “di Tripoli”.

Solo due giorni fa, riferendosi alla conferenza del 13 dicembre di Roma a cui hanno preso parte i rappresentanti di 17 paesi, dell’Onu, dell’Unione Africana e della Lega Araba, oltre ai rappresentanti delle due parti libiche, il presidente del parlamento “di Tripoli” Nouri Abu Sahmain, che per la prima volta aveva incontrato a Malta il collega “di Tobruk” Aguila Saleh, aveva affermato che “Siamo venuti qui per annunciare al mondo che siamo capaci di risolvere i nostri problemi da soli con l’aiuto della comunità internazionale, ma che non accetteremo nessun intervento esterno contro la volontà del popolo libico”.

Eppure la soluzione del conflitto libico, il quale si traduce anche con l’instabilità dell’intera regione, l’avanzare dell’Isis che già controlla alcune porzioni del Paese, il traffico di uomini, droga ed armi, può solo passare attraverso un accordo fra le parti, anche perché un intervento militare sovranazionale provocherebbe il coalizzarsi delle fazioni armate e delle tribù contro il nemico che viene da fuori.

Ne è convinto l’inviato dell’Onu per la crisi libica Martin Kobler, il quale è riuscito a far sedere nuovamente tutti attorno ad un tavolo, ed alla firma dell’accordo ha dichiarato che “Tutte le parti hanno fatto delle concessioni mettendo l’interesse del Paese davanti a tutto. La comunità internazionale continuerà il suo appoggio al futuro governo libico”. “L’Isis – ha spiegato – rappresenta una sfida per il futuro governo di intesa nazionale. C’è bisogno di un dialogo nazionale globale per trovare un modo per lottare contro i terroristi”. E rivolgendosi ai delegati giunti a Skhirat ha affermato che “State cambiando le pagine della storia”.

Per Kobler “La firma dell’accordo segna l’inizio di una tappa difficile ed è il primo passo per la creazione di uno Stato democratico in Libia”, il quale per prima cosa dovrà “assicurare i bisogni alimentari del popolo libico, iniziare un dialogo sulla sicurezza globale, contribuire alla guerra contro l’Isis, oltre a porre un accento particolare sulla situazione a Bengasi e nel sud del Paese”.

L’Italia gioca un ruolo fondamentale nella soluzione della crisi libica ed il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, presente all’incontro, ha affermato che “L’Italia è pronta a fornire il suo contributo alla Libia e lo stesso vale anche per gli altri Paesi, Ue compresa. Ringrazio Martin Kobler per gli sforzi fatti”. “Quello di oggi – ha aggiunto – è un primo passo, ed è decisivo”, perché “Il futuro della Libia è nelle vostre mani e contiamo su di voi”. Ha poi precisato che il documento approvato a Roma lo scorso 13 dicembre e sottoscritto dalla nuova leadership libica, “non è solo un pezzo di carta, bensì è un impegno solenne per aiutare il popolo libico”.