di Saber Yakoubi

In Libia pare esserci ormai la caccia al diplomatico. A soli due giorni dal rapimento dell’ambasciatore della Giordania, Fawaz Aitan, è stato sequestrato un funzionario dell’ambasciata tunisina, il cui nome è Kontassi al-Aroussi.

A rapire il diplomatico tunisino sarebbero stati aderenti a gruppi islamisti che hanno chiesto in cambio del rilascio la liberazione di alcuni prigionieri.

Questi fatti sono solo gli ultimi degli episodi di criminalità e di violenza che interessano la Libia del dopo-Gheddafi, anche nel campo diplomatico: in gennaio è stato sequestrato un funzionario dell’ambasciata egiziana, mentre nel giugno scorso è stata scoperta una bomba in una vettura dell’ambasciata italiana; nel maggio dello scorso anno un ordigno è esploso nel quartiere delle ambasciate, mentre in aprile un’auto-bomba è scoppiata davanti all’edificio di rappresentanza francese ferendo due guardie e danneggiando il muro di cinta.

In marzo è stato fatto prigioniero un altro funzionario dell’ambasciata tunisina, mostrato poi in un video mentre supplica il presidente del suo paese di fare di tutto per liberarlo: a rapirlo il gruppo Chabab al-Tawidi, il quale nelle immagini mostra un testo scritto che dice “al governo della Tunisia: come voi imprigionate i nostri, noi imprigioniamo i vostri, come voi uccidete i nostri, noi uccidiamo i vostri”.

L’11 settembre 2012 è stato ucciso, insieme a quattro funzionari ed a una decina di poliziotti libici, a Bengasi l’ambasciatore Usa Chris Stevens, in un attacco al consolato.