di Enrico Oliari –
L’Egitto non ha atteso il via libera dell’Onu ed ha bombardato obiettivi dell’Isis in Libia. Il proposito del Cairo è stato quello di vendicare la barbara uccisione ad opera dei jihadisti dei 21 “miscredenti”, cioè cristiani copti, emigrati in Libia per lavorare.
Il quotidiano al-Ahram ha reso noto che gli aerei egiziani hanno distrutto “campi di addestramento e depositi di armi”, per poi rientrare “indenni alla base”.
Anche il comandante dell’aviazione libica, Saqer al-Joroushi, ha confermato che i caccia del Cairo hanno centrato obiettivi a Sirte e a Bengasi; ha quindi aggiunto di essere stato incaricato da parte del capo di Stato maggiore delle Forze armate libiche, Abdel Razzak al-Nazouri, e dall’ex generale Khalifa Haftar, capo delle milizie filo-governative “di Tobruk”, di “collaborare” con le forze armate egiziane per colpire postazioni Isis.
In realtà l’ex generale Khalifa Haftar, che guida l’operazione “Dignità della Libia”, aveva già auspicato nel maggio 2014 contatti con il generale Abdel Fatah al-Sisi, da lì a poco eletto alla presidenza dell’Egitto dopo il golpe che ha rovesciato il “fratello musulmano” Mohammed Morsi. E contatti ce ne sono indubbiamente stati, anche perché l’Egitto ha denunciato più volte alla Lega Araba e all’Onu quanto stava accadendo nel paese confinante, compresa la minaccia della radicazione dell’Isis.
Ancora oggi il ministero degli Esteri del Cairo ha comunicato che “L’Egitto ribadisce la sua richiesta agli Stati membri della coalizione internazionale contro il terrorismo, di cui fa parte, di assumersi le proprie responsabilità politiche e di prendere misure contro le postazioni della formazione terroristica Daesh (Isis in arabo, ndr.) e le altre formazioni sul territorio libico, le quali rappresentano una minaccia chiara per la sicurezza e la pace internazionali”. Nello stesso comunicato è stato ribadito il “diritto” egiziano, sancito dall’Onu, “a difendere i propri cittadini all’estero”.
L’Egitto, insomma, ha agito, a differenza di una comunità internazionale che fino ad oggi ha solo chiacchierato, incredibilmente cieca davanti alla realtà di una Libia in fiamme da quattro anni. Una comunità internazionale i cui confini a sud sono rappresentati da un’Italia costantemente disposta a subire impassibile gli effetti di un “paese” (le virgolette sono d’obbligo) in preda al caos, dove scorrazzano bande criminali armate, trafficanti di uomini, di droga e di armi, dove le milizie dell’una o dell’altra tribù si cannoneggiano a vicenda, dove gli attentati dinamitardi sono all’ordine del giorno, come pure i rapimenti degli stranieri, dove non è da ieri che i gruppi radicali si riconoscono ufficialmente e dichiaratamente in al-Qaeda o nell’Isis. E dove la situazione politica è ancora peggio, con due parlamenti e due governi che si combattono a vicenda, uno a Tobruk, con premier Adullah al-Thani, frutto delle elezioni di giugno, riconosciuto dalla comunità internazionale ma sconfessato dalla Corte costituzionale, e uno a “di Tripoli”, con premier Omar al-Hassi, riesumato dai jihadisti dalla precedente Assemblea transitoria a seguito della conquista della capitale.
Per molto meno si è intervenuti altrove rapidamente, ma in questo quadro si è data la possibilità all’Isis di guadagnare terreno, di rafforzarsi, di conquistare città e di essere oggi il terzo attore con cui bisogna fare i conti.
Vien da chiedersi, quindi, cos’è stato fatto fino ad oggi? L’Italia è stata incaricata dal G8 di Lough Erne di districare la complessa situazione libica, come pure aiuto è stato richiesto il 4 luglio 2013 dall’allora premier Alì Zeidan, che a Roma ha incontrato l’omologo italiano Enrico Letta.
L’Onu ha spedito in Libia il proprio “inviato”, lo spagnolo Bernardino Leon, ed il 18 dicembre si è tenuta a Madrid l’ennesima conferenza sulla Libia, alla quale hanno preso parte 20 paesi: il risultato è stato sempre lo stesso, ovvero invitare le parti a deporre le armi ed a dialogare tra loro. Nulla di più.
Uscendo dall’incontro Mogherini aveva detto alla stampa: “Sono due le grandi sfide lanciate a Madrid: coordinare l’azione di tutti i Paesi della regione e degli inviati speciali sotto l’egida dell’Onu, perché gli sforzi internazionali siano percepiti dai libici come di aiuto e non come presa di posizione in un conflitto interno”. “Il vero obiettivo – aveva aggiunto – è passare dallo scontro sul piano militare al terreno politico”.
Lo scorso 14 gennaio, dopo innumerevoli tentativi falliti, Bernardino Leon è riuscito a far sedere attorno ad un tavolo nel proprio ufficio di Ginevra i rappresentanti di Tobruk e quelli di Tripoli, ancora una volta per invitarli al dialogo e alla pace. Il 14 gennaio era un mese fa: possibile che l’inviato dell’Onu non si sia reso conto della minaccia rappresentata dall’Isis? Una minaccia rivolta non solo alla confinante Europa e agli altri paesi dell’area, ma anche alle fazioni che si combattono in Libia, perché lo scopo è quello di fare del paese la prima tessera nordafricana del puzzle che dovrebbe comporre il “Califfato” di Abu Bakr al-Baghdadi.
Tant’è che l’attentato del 27 gennaio all’hotel Corinthia di Tripoli, che aveva come scopo l’uccisione del premier islamista Omar al-Hassi, è stato rivendicato proprio dall’Isis.
Solo oggi, giusto per non ritrovarci i jihadisti in casa, il premier Matteo Renzi ha “detto all’Europa e alla comunità internazionale che è ora di farla finita di dormire, che in Libia sta accadendo qualcosa di molto grave e che non è che siccome noi siamo i primi, i più vicini, quelli che raccolgono i barconi, tutti i problemi possono essere lasciati a noi”, ed il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha confermato che “la Libia deve diventare una priorità e l’Italia ha la responsabilità di sollecitare questa priorità davanti alla comunità internazionale”, per cui “L’Italia deve fare la sua parte nella cornice Onu”.
Ma, giusto per comprendere quanto l’emergenza sia realmente sentita fra i leader europei, basti vedere oggi la telefonata del francese Francois Hollande al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, dove gli ha ricordato “l’importanza che il Consiglio di sicurezza si riunisca e che la comunità internazionale decida nuove misure per far fronte” alle azioni dell’Isis in Libia.
Perché l’importante è ritrovarsi, parlare, confrontarsi, discutere, coordinarsi e invitare alla pace. Come è stato fatto negli ultimi quattro anni.

