di Guido Keller –

Infuriano i combattimenti a Tripoli fra le milizie della tribù di Zeitan, che fin dalla Rivoluzione del 2011 controllano l’area strategica dell’aeroporto della capitale, e gli ex ribelli di Misurata, di orientamento islamista, che cercano di prenderne il controllo: il bilancio parla di 97 morti e di 400 feriti nelle sole ultime ore a Tripoli, ma la situazione rimane tesa anche a Bengasi, dove le milizie autonome del generale Khalifa Haftar sono opposte a quelle di Ansar al-Sharia e a quelle delle Brigate 17 febbraio; fonti parlano di 36 vittime nella città della Cirenaica.

In più vedono in Haftar un uomo della Cia, in quanto erano stati gli 007 americani a liberarlo nel 1987 dalla prigionia in Ciad, dov’era in quanto fatto prigioniero in occasione della “Guerra delle Toyota”, e a portarlo negli Usa fino al 2011, quando è ricomparso in Libia per gestire l’insurrezione a Bengasi.

Per quanto la Libia non si sia mai stabilizzata e anche dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi siano andati avanti senza soluzione di continuità gli scontri fra le tribù, gli omicidi e i sequestri, mai come oggi la situazione nel paese nordafricano sta preoccupando la comunità internazionale, al punto che già diverse nazioni, fra cui ieri gli Stati Uniti, hanno disposto la chiusura della propria rappresentanza diplomatica.

Come ha spiegato la portavoce del Dipartimento, Marie Harf, il personale diplomatico è stato scortato nella notte in Tunisia da 80 marines e “valuteremo le opzioni per un ritorno permanente dello staff quando le condizioni di sicurezza sul terreno miglioreranno”. Indirettamente Harf ha fatto capire che la situazione di oggi è ancora più grave di quella che nel settembre 2012 vide la morte a Bengasi per un attacco di un commando guidato dal terrorista Ahmed Abu Khattala dell’ambasciatore Chris Stevens, di 5 membri dello staff diplomatico e di una decina di poliziotti libici.

Anche l’Italia sta provvedendo al rimpatrio dei propri cittadini: in una nota emessa dalla Farnesina si legge che “Di fronte dell’aggravarsi della crisi in Libia, il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, ha disposto da giorni un piano di tutela dei connazionali nelle zone più a rischio. La Farnesina, per il tramite della nostra ambasciata e in raccordo con l’Unità di Crisi, aveva già attivato un monitoraggio della presenza italiana e negli ultimi giorni ha favorito il trasferimento sotto protezione di oltre cento italiani che avevano manifestato l’intenzione di lasciare il Paese”.

Gli italiani sono stati accompagnati con convogli in Tunisia e da lì imbarcati su velivoli dell’Areonautica militare diretti a Pisa; in accordo con altri paesi, l’Unità di crisi della Farnesina ha provveduto al rientro anche di cittadini di altre nazionalità. Va detto che l’aeroporto di Tripoli non è praticabile a causa degli scontri e che in una battaglia avvenuta settimana scorsa una ventina di aerei sono stati distrutti o danneggiati.

Tutti i paesi stanno raccomandando di non partire per la Libia, in primis l’Egitto, dopo che ieri un razzo a centrato un edificio di Tripoli uccidendo 23 operai egiziani.

L’Eni, impegnata in Libia in join venture con la statale Noc, fa sapere che al momento la produzione di idrocarburi prosegue, ma che la “situazione viene monitorata di continuo”.

Sul piano politico c’è da segnalare che è stata scelta Bengasi quale città dove vi sarà il 4 agosto il passaggio dei poteri dall’attuale Assemblea costituente a quella ordinaria, eletta lo scorso 25 giugno.

Al momento appare senza successo il proposito di stabilizzare la Libia assunto dall’Italia in occasione del G8 di Lough Erne del giugno 2013, ufficializzato dall’incontro avvenuto il 4 luglio a Roma fra il premier Enrico Letta e l’omologo Alì Zeidan. D’altro canto la fine del regime di Gheddafi ha riportato in luce antichi dissapori fra le tribù e radicalismi di ogni genere.