di C. Alessandro Mauceri –

Nei giorni scorsi il capo del governo libico internazionalmente riconosciuto, Abdullah al-Thani, ha lanciato un appello ai Paesi che lo hanno sostenuto durante le elezioni e ha accusato “Usa, Gran Bretagna e i Paesi dell’Ue per non aver fornito armi” alla Libia. Al contrario armi e armamenti, stando a quanto ha affermato Abdullah al-Thani, sono finite nelle mani dei terroristi dell’Isis: “La coalizione dell’Alba Libica è parte di una milizia islamica che riceve armi, munizioni e rifornimenti da tutto il mondo. Ma l’America e la Gran Bretagna hanno altre idee, contrarie all’interesse del popolo libico”.

La situazione in Libia peggiora giorno dopo giorno. La “missione di pace” che ha rimosso il “dittatore” Gheddafi non ha portato nel Paese ne’ “pace” ne’ “democrazia”: oggi in Libia esistono due governi, ciascuno con il proprio Parlamento e il proprio esercito. Ma non basta. In questo stato di totale anarchia, il Paese è ormai preda e bersaglio di milizie e organizzazioni terroristiche ben armate e addestrate che mirano a prendere il controllo dei pozzi petroliferi e a monopolizzare il flusso di gas verso l’Europa.

Tutto questo senza alcun intervento concreto da parte delle organizzazioni internazionali: nei giorni scorsi il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha informato il premier Renzi che non è in programma alcun di intervento militare da parte della Nato. E, a conferma di ciò, la discussione non è stata neanche messa in agenda. Anche i risultati dei colloqui di riconciliazione mediati dall’inviato delle Nazioni Unite, Bernardino Leon, sono ancora lontani. “L’ultimo incontro è stato quello di Gadames dell’11 febbraio, a cui per la prima volta tutte le parti invitate hanno partecipato. Adesso stiamo provando a convocare un nuovo summit, coinvolgendo rappresentanti delle municipalità e delle comunità locali. Quello che dobbiamo fare assolutamente è coinvolgere tutti i gruppi politici e le fazioni militari nel processo” ha detto Bernardino Leon.

In Libia la situazione è resa ancora più difficile dal fatto che i potenziali partecipanti alle trattative di pace non sono solo due, ma addirittura quattro: “Oggi i partecipanti sono divisi in 4 gruppi: i rappresentanti della House of Rapresentatives di Tobruk; quelli del Congresso Nazionale Generale di Tripoli; i boicottatori di Tobruk; i boicottatori di Tripoli”.

Uno dei principali problemi per giungere ad un cessate il fuoco rispettato da tutti è certamente legato alla fornitura di armi ai vari gruppi armati presenti sul territorio. “L’embargo va assolutamente rafforzato, la Libia va prosciugata dalla armi, non si può continuare ad alimentare un flusso di armi in entrata. L’embargo navale pone questioni tecniche e politiche notevoli, ma è una opzione che deve essere valutata: bisogna bloccare le armi, bisogna convincere le fazioni a scegliere il negoziato” ha confermato Leon.

La realtà, però, è che i vari eserciti che stanno combattendo in Libia, sono tutti ben armati. E a fornire armi e armamenti sono stati proprio i Paesi che ora chiedono la pace. Secondo l’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal) di Brescia, tra il 2005 e il 2012 le aziende produttrici di armi di molti Paesi occidentali hanno ricevuto le necessarie “autorizzazioni dei governi ad esportare armi in Libia”. Tra queste, prime fra tutte le aziende francesi (per 431,7 milioni di Euro) e quelle italiane (per 375,5 milioni di Euro) seguite dalla Gran Bretagna, dalla Germania e dal Belgio. Vendite che sono continuate anche dopo l’embargo Onu del 2011: l’Opal ha denunciato che la vendita delle armi italiane in Libia, di aziende come Finmeccanica –  partecipata dal Ministero dell’Economia che ne è il principale azionista – è continuata con la giustificazione “che gli ordini acquisiti non sono in ambito militare”.

Armi che nei giorni scorsi hanno consentito ai terroristi dell’Isis di prendere il controllo dei pozzi di al-Bahi e di al-Mabrouk, a sud est di Sirte, e di bombardare l’oleodotto che li collega e il terminal petrolifero di Sidra, il maggiore della Libia.

Il rischio, per l’Italia, è che riescano ad impossessarsi del Greenstream, il gasdotto subacqueo dell’Eni, che dalla stazione di compressione di Mellitah attraversa il Mediterraneo per 520 km e porta gas combustibile fino a Gela, in Sicilia. Una struttura, fino a non molto tempo fa, protetta dagli uomini dell’esercito regolare libico. Già in passato, infatti, proprio il terminal di Mellitah era stato assaltato dai berberi che avevano provocarono gravi danni all’impianto.

Nel 2011, prima dell’assalto alla Libia da parte dei Paesi del Patto Atlantico e della caduta di Gheddafi, la Libia era uno dei maggiori produttori di petrolio: forniva 1,6 milioni di barili al giorno di greggio. Ad ottobre dello scorso anno la fornitura di petrolio era scesa a 900mila barili al giorno. Che sono diventati 300mila a gennaio. E dopo il bombardamento dei giorni scorsi, la produzione è crollata a 180mila barili.

La situazione continua a peggiorare giorno dopo giorno. E non solo sotto il profilo della produttività: oggi in Libia ci sono solo caos, guerra e partenze sui barconi per la Sicilia (che, spesso, riempiono il Mediterraneo di morti).