di Enrico Oliari –

Ancora una volta il parlamento “di Tobruk”, frutto delle elezioni del giungo 2014 e fino a prima del governo di unità nazionale, riconosciuto dalla comunità internazionale, ha votato di non aderire al governo di Fayez al-Serraj, espressione delle mediazioni dell’Onu condotte prima da Bernardino Leon e poi da Martin Kobler.

I 61 parlamentari presenti hanno così votato all’unanimità di non prendere al governo di unità nazionale, lasciando aperta una frattura politica di difficile risoluzione.

In realtà dietro loro e dietro il governo di Abdullah al-Thinni, vi è la figura ingombrante del generale Khalifa Haftar, irriducibile oppositore del governo di unità nazionale anche perché le varie componenti di questo hanno manifestato in più occasioni l’indisponibilità a riservargli un ruolo, soprattutto quello di ministro della Difesa, come il generale aveva chiesto.

Conoscere il ruolo e la storia di Haftar fa capire il livello di caos che regna in Libia, paese oggi esistente solo sulla carta e dove le 132 tribù sono in realtà delle micro-nazioni in lotta oggi per sopravvivere e domani per controllare le risorse naturali.

Haftar è accusato soprattutto dagli islamisti di essere stato al soldo di Washington in quanto, fatto prigioniero nel 1987 dall’esercito ciadiano in occasione della “Guerra delle Toyota”, è stato poi prelevato dalla Cia e portato negli Usa, dove vi è rimasto fino al 2011 per ricomparire in Libia a comandare la piazza di Bengasi nell’insurrezione che ha portato alla deposizione di Muammar Gheddafi.

Haftar aveva in più occasioni e senza successo chiesto alla comunità internazionale, ed in particolare all’Italia, di essere fornito di armi per combattere l’Isis, ma poi era riuscito ad ottenere una cospicua fornitura dall’asse emiratino-egiziano, cosa che comunque non gli è bastata per segnare una vittoria contro i jihadisti, che invece sono stati sconfitti a Sirte dai militari di Tripoli con il supporto dei raid Usa.

L’atteggiamento caparbio di non voler appoggiare il governo di unità nazionale (al quale partecipano anche formazioni islamiste, come i qaedisti di Ansar al-Sharia) è costato ad Haftar l’appoggio degli Stati Uniti.