di Enrico Oliari

Un migliaio di militari dell’esercito del governo riconosciuto di Tripoli stanno combattendo in queste ore per conquistare gli ultimi quartieri di Sirte ancora in mano ai jihadisti dell’Isis.

Rida Issa, portavoce militare ha infatti comunicato che “la battaglia finale per la liberazione di Sirte è cominciata dopo una serie di raid aerei notturni da parte di forze internazionali: le nostre forze sono entrate nelle ultime roccaforti controllate da Daesh Sirte: distretto 1 e distretto 3”.

Si calcola che a Sirte vi siano ancora 200 jihadisti, ma il rischio è che le strade siano minate e che vi siano cecchini pronti a sparare su qualsiasi cosa si muova.

Dopo che il parlamento “di Tobruk” ha votato ancora una volta di non aderire al governo di unità nazionale, anche per la presenza di gruppi di Alba della Libia come i qaedisti di Ansar al-Sharia, il premier Fayez al-Serraj ha fatto sapere l’intenzione di procedere con un rimpasto e quindi di stendere una nuova lista dei ministri nel tentativo di smussare gli attriti con Toibruk.

La cosa è stata accolta positivamente sia dall’Egitto che dalla Francia, sostenitori più o meno ufficiosi “di Trobruk”, il cui governo di Abdullah al-Thani è frutto delle elezioni 2014 ed è stato riconosciuto come legittimo dall’Onu fino a un anno fa, quando i mediatori prima Bernardino Leon e poi Martin Kobler hanno puntato ad un governo di unità nazionale.

Per il ministro degli Esteri Francese Jean-Marc Ayrault il governo “di Tobruk” deve approfittare della cosa per chiedere il rispetto degli accordi di Skhirat e spingere per la soluzione della crisi libica.

L’uomo forte di Tobruk è il generale Khalifa Haftar, a cui è stato rifiutato il ruolo di ministro della Difesa nel governo di unità nazionale: conoscere il ruolo e la storia di Haftar fa capire il livello di caos che regna in Libia, paese oggi esistente solo sulla carta e dove le 132 tribù sono in realtà delle micro-nazioni in lotta oggi per sopravvivere e domani per controllare le risorse naturali.

Haftar è accusato soprattutto dagli islamisti di essere stato al soldo di Washington in quanto, fatto prigioniero nel 1987 dall’esercito ciadiano in occasione della “Guerra delle Toyota”, è stato poi prelevato dalla Cia e portato negli Usa, dove vi è rimasto fino al 2011 per ricomparire in Libia a comandare la piazza di Bengasi nell’insurrezione che ha portato alla deposizione di Muammar Gheddafi.

Haftar aveva in più occasioni e senza successo chiesto alla comunità internazionale, ed in particolare all’Italia, di essere fornito di armi per combattere l’Isis, ma poi era riuscito ad ottenere una cospicua fornitura dall’asse emiratino-egiziano, cosa che comunque non gli è bastata per segnare una vittoria contro i jihadisti, che invece sono stati sconfitti a Sirte dai militari di Tripoli con il supporto dei raid Usa.

L’atteggiamento caparbio di non voler appoggiare il governo di unità nazionale è costato ad Haftar l’appoggio degli Stati Uniti.