di Francesco Cirillo –
La Repubblica Islamica dell’Iran ha festeggiato il 22 settembre il 37mo anniversario della vittoria contro l’invasione delle truppe irachene di Saddam Hussein, il quale colpì un paese instabile, senza alleati e con troppi nemici.
Oggi l’Iran si appresta, dopo aver ratificato l’accordo per il programma nucleare, a riprendersi un ruolo di potenza regionale in Medio Oriente, in una realtà che ha visto negli ultimi due anni all’ascesa dello Stato Islamico che minaccia la maggioranza sciita dell’Iraq, il cui governo è appoggiato da Teheran.
L’Iran è da cinque anni forte sostenitore con la Russia del governo siriano di Bashar al-Assad, sia militarmente sia in campo internazionale. Le forze iraniane stanno rinforzando le loro unità di terra in Siria con l’invio di divisioni della Forza Quds, forza d’etile dei pasdaran (Guardie della rivoluzione), che ha il compito ideologico di “esportare” la rivoluzione in Medio Oriente. L’appoggio iraniano alle forze sciite presenti nei paesi musulmani del Medio Oriente ha trovato due nemici che vedono nell’Iran la principale minaccia alla instabilità: Israele e Arabia Saudita. Israele ritiene Teheran il maggior pericolo per la sua sicurezza e la sua stessa esistenza, ma l’accordo firmato nel 2015, con il consenso di Washington, ha incrinato i rapporti tra i due storici alleati. L’effetto dell’accordo è stato quello di riavvicinare pericolosamente Tel Aviv a Mosca. Russia e Iran hanno rapporti privilegiati nella regione anche per il loro supporto militare e logistico dato a Damasco nei 5 anni di guerra civile. Teheran vede l’integrità della Siria di fondamentale importanza strategica per avere rapporti con le comunità sciite del libano e dell’Iraq, colpite dalle persecuzioni portate avanti dai tagliagole dell’Isis, per questo l’Iran ha inviato le truppe della Quds force al comando del generale Soleimani e addestratori militari provenienti dai ranghi dei pasdaran.
La partita a scacchi che si sta svolgendo tra Iran e Arabia Saudita non è solamente in Siria ma anche nei paesi della Penisola Arabica come lo Yemen. La guerra civile yemenita tra i ribelli Houthi, sostenuti da Teheran (che però nega), e le forze sunnite del governo di Abd Rabbo Mansour Hadi, appoggiate dai sauditi, ha raggiunto livelli critici dopo l’intervento militare lessa coalizione della Lega Araba volto a sconfiggere gli Houthi. L’intervento, criticato dall’Iran, non ha avuto i risultati sperati visto la resistenza delle forze sciite e la loro capacità di muoversi nelle zone montagnose di confine con l’Arabia Saudita. Nei giorni scorsi le forze Houthi hanno compiuto lanci di missili balistici verso e postazioni militari dei sauditi oltreconfine, che li hanno intercettati: i missili, secondo americani e sauditi, sono risultati di provenienza iraniana, cosa che constata l’esistenza di un supporto logistico di Teheran alle forze ribelli.
Nonostante sia stato ratificato l’accordo per il nucleare, esistono forti tensioni tra l’Iran e gli stessi Stati Uniti. Teheran difficilmente accetta le incursioni navali statunitensi nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz, tanto che nel mese di agosto una nave iraniana ha intercettato e costretto a tornare indietro una nave Usa che stava attraversando lo Stretto.
La Russia ha un rapporto diplomatico ed economico con l’Iran particolare e privilegiato. Mosca e Teheran hanno stretti scambi commerciali e il Cremlino ha venduto sistemi missilistici S-400 alle forze iraniane. Dal punto di vista economico ed energetico Mosca ha deciso di sostenere la costruzione di una nuovo impianto nucleare nel rispetto del trattato firmato a Vienna nel 2015; la Russia, grazie all’accordo sul petrolio firmato con Riad, ha tenuto fuori l’economia petrolifera Iraniana dal congelamento della produzione. Va detto che la guerra siriana e l’intervento militare russo nel 2015 ha sminuito l’influenza di Teheran su Damasco in favore di Mosca, creando forti perplessità in Iran. Quando nell’agosto del 2016 la Russia chiese l’autorizzazione a Teheran di utilizzare le basi iraniane per i raid contro l’Isis, le autorità iraniane avevano in un primo momento acconsentito salvo poi, a causa di pressioni interne, fare marcia indietro. Ora però l’asse Mosca-Teheran potrebbe trovare un terzo alleato per proteggere il presidente al-Assad: la Turchia di recep Tayyp Erdogan. Il golpe del 15 luglio ha raffreddato le relazioni con Washington e il “sultano” turco ha deciso il riavvicinamento alla Russia e all’Iran con uno scopo ben preciso: proteggere l’integrità territoriale siriana ed evitare la creazione di uno stato curdo ai confini meridionali turchi che potrebbe innescare una crisi nella parte curda dell’Iran. L’intervento militare turco nel nord della Siria, iniziato la mattina del 24 agosto, ha raggiunto gli obiettivi richiesti e scacciato le milizie curde dal confine turco-siriano, azione compiuta con l’autorizzazione di Washington, Mosca e indirettamente di Teheran. L’Iran si vuole riappropriare di un ruolo importante nello scacchiere mediorientale e la Siria è il campo di prova ideale per togliere influenza oltre tutto all’Arabia Saudita.

