di Dario Rivolta * –
Il popolo russo non ha mai amato i cinesi e, probabilmente memore delle invasioni arrivate da oriente, ne ha un’atavica paura. Nel 1989, durante gli ultimi anni di presidenza dell’Unione Sovietica, Gorbaciov andò a Pechino per cercare di rimediare alla reciproca diffidenza, perfino approfonditasi negli anni di Mao Tze Tung. Lo scopo era quello di costruire nuove relazioni politiche, commerciali e, viste le difficoltà interne e internazionali della Russia in quel momento, cercare di mantenere un ruolo di prim’attore sulla scena mondiale. Tuttavia, quel viaggio, pur pompato dai media di entrambi i Paesi, non portò ad alcun risultato pratico: la collaborazione rimase solo nelle intenzioni della diplomazia ufficiale.
Ultimamente però le cose sono cambiate. L’attuale crisi economica interna russa e soprattutto le sanzioni decretate dall’occidente contro Mosca hanno obbligato quest’ultima a guardare ancora verso oriente. Non è la mancanza delle merci europee ad averla costretta a cercare altrove, è piuttosto l’arrestarsi del flusso di capitali che da Europa e Stati Uniti arrivavano nella Federazione. Questi finanziamenti, accompagnati da know-how, erano indispensabili per l’ammodernamento di tutta la rete delle vecchie infrastrutture russe. Nonostante Mosca possa ancora contare su riserve di valuta che garantirebbero una dignitosa sopravvivenza per qualche anno a venire, il bisogno di nuovi capitali e di investimenti in settori vicini all’obsolescenza è sempre più forte. La Cina, pur con i suoi crescenti problemi finanziari interni, ha le casse piene grazie al fatto di essere diventata la “fabbrica del mondo” e ha un assoluto bisogno di garantirsi le materie prime di cui la Russia è ricca.
Non a caso negli ultimi anni le relazioni reciproche si sono incrementate talmente fino al punto che già dal 2011 Pechino è diventata il più importante partner commerciale di Mosca. Nel 2014 gli investimenti cinesi in territorio russo sono aumentati addirittura del 80% sull’anno precedente. Per dare un’idea di come i rapporti tra i due paesi stiano crescendo, basta ricordare che nel 1990 il commercio bilaterale valeva a malapena 5 miliardi di dollari, nel 2014 é arrivato a toccare i 100 miliardi ed è in costante crescita. In quello stesso anno, il 2014, fu firmato il contratto per la costruzione del gasdotto destinato a portare direttamente in Cina 38 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Altri accordi per la produzione di energia nucleare, per le costruzioni aerospaziali, per treni a alta velocità e per lo sviluppo di numerose infrastrutture sono già sottoscritti o in via di definizione.
E’ del 2015 l’adesione russa al progetto, di iniziativa cinese, della Banca Asiatica per gli Investimenti in Infrastrutture.
Da parte sua la Cina è intanto diventata uno dei più grandi importatori di armi russe e i due paesi hanno lanciato progetti comuni anche nella ricerca in materia di armamenti. In particolare, per ciò che riguarda la Difesa, sono state decise consultazioni permanenti tra gli alti gradi dei rispettivi eserciti e, cosa inimmaginabile nel passato, si sono decise manovre ed esercitazioni militari congiunte. In questo quadro, migliaia di militari cinesi sono stati mandati a studiare in Russia.
Le diatribe territoriali tra i due Paesi nella zona di confine sul fiume Amur, litigi che nel 1969 erano addirittura sfociati in una guerra non dichiarata ma cruenta, sono state risolte, almeno apparentemente, con una soluzione che accontenta entrambi. Dal 2013 ad oggi il presidente cinese Xi Yinping ha già fatto cinque visite in Russia e Putin ha risposto a sua volta con tre viaggi a Pechino. Contando anche gli incontri bilaterali in sedi internazionali, i due si sono parlati ben dodici volte, facendo cosi’ di Putin il Capo di Stato straniero più frequentemente incontrato da Xi.
Obbligata dalla necessità di rompere un isolamento in cui Stati Uniti ed Europa han cercato di spingerla, la Russia, dapprima titubante, ha anche deciso di aderire al progetto cinese della Via della Seta. Tale disegno, che avrebbe dovuto congiungere l’Europa all’Oceano Pacifico passando però tutto in territorio russo è di fatto alternativo a quello pensato a Mosca e chiamato Razvitie
Chi pensa di confrontare gli scambi Cina-Usa con quelli Cina-Russia limitandosi al puro aspetto economico sottolineerà che i primi sono pur sempre almeno sei volte più importanti dei secondi. Fermarsi tuttavia all’aspetto economico è limitativo anche perché esso stesso è in evoluzione: mentre i primi sono in lenta e costante diminuzione, i secondi vanno aumentando. D’altra parte, gli stessi cinesi ricordano volentieri che quando gli americani invasero l’Iraq nel 2003, il prodotto interno della Cina corrispondeva ad un ottavo di quello americano. Nel momento di cui le truppe statunitensi hanno lasciato l’Iraq, otto anni più tardi, il Pil cinese era già la metà e qualcuno stima che le due economie saranno allo stesso livello prima del 2020.
Oltre agli aspetti economici e finanziari non si può prescindere dalle conseguenze politiche: mentre la Russia, anche se lo volesse, non è né sarà più in grado di competere direttamente con gli Stati Uniti, la Cina non solo lo vuole ma già lo sta facendo. Ciò che accade nel Mar Cinese Meridionale ne è un piccolo esempio.
Qualche studioso cinese di politica internazionale ha anche scritto che, poiché gli Stati Uniti continuano a voler imporre la propria politica pure in Asia, la Cina e la Russia potrebbero ben immaginare di rispondere creando un loro proprio blocco. Probabilmente ciò non è ancora nell’interesse di Pechino ma non si può certo escludere che diventi una possibilità concreta nel prossimo futuro non lontano.
Occorre ammettere che le cose fra i due paesi non sono tutto rose e fiori, e infatti un sondaggio realizzato in Russia nel 2008 ha mostrato che la popolazione teme ancora la “minaccia cinese”: ben il 41% dei russi pensa che una Cina forte sia solo di nocumento agli interessi russi. Anche a livello di governo è ben noto che le zone di confine, per quanto il problema formale sia stato risolto diplomaticamente, vedono un’inarrestabile avanzata degli imprenditori e dei commercianti che dalla Cina aprono le loro attività in territorio russo e, lentamente, mettono fuori gioco o riducono a propri dipendenti gli abitanti locali.
E’ evidente anche a Mosca che un’intesa Russia-Cina non finirà mai con l’essere un accordo paritario e Pechino, grazie all’enorme popolazione e alla disponibilità di capitali, diventerebbe tra i due il fattore dominante. Pur tuttavia, se le dirigenze politiche di Europa e Stati Uniti continueranno sulla strada su cui si sono messe da qualche anno, Mosca non avrà scelta e, per quanto riluttante e diffidente, non potrà che gettarsi nelle braccia di Pechino.
Quanto ciò sia benefico per quello che continuiamo a chiamare “Il Mondo Occidentale”, lo valuti ogni lettore.
* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.

