di Sara Consolino –

Il 20 dicembre 2014 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la Risoluzione di messa al bando universale delle mutilazioni genitali femminili (Mgf), già approvata a New York  lo scorso 25 novembre dalla  Terza Commissione Onu, con 125 co-sponsorizzazioni. La Risoluzione [A/C.3/67/L.21/Rev.1] è stata adottata per consenso da tutti i membri delle Nazioni Unite,  la sua  adozione è stata promossa dalla Campagna Ban Fgm  dell’associazione  internazionale non profit “Non c’è pace senza giustizia”, fondata dall’ex Ministro degli Esteri Emma Bonino.

Sicuramente un grande passo in avanti nella lotta alla violenza di genere, anche se rimane ancora molto lavoro da fare. I dati infatti sono allarmanti. Nel mondo sono 132 milioni le bambine e le donne che sono state sottoposte a mutilazione genitale. In Europa si contano 500 000 vittime, solo in Italia sono 35 000, numero con il quale si aggiudica il triste primato europeo.

L’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le definisce come “tutte le procedure che comportano la rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni o qualsiasi altro tipo di lesione agli organi genitali femminili per ragioni non mediche” e ha inoltre istituito nel 2003 la Giornata internazionale della tolleranza zero contro le mutilazioni genitali femminili, che è ogni anno il 6 febbraio.

La maggioranza delle vittime si trova in 28 paesi Africani (Corno d’Africa, fascia sub-sahariana, Egitto e Sudan), ma sono numerose anche tra le popolazioni immigrate in Europa, Australia, Stati Uniti, Canada e gruppi musulmani in India, Indonesia e Malesia.

La pratica delle Mgf ha origine pre-islamica e a differenza di quanto si crede non è connessa alla religione, ma è un un’usanza culturale che si pensa risalga all’antica Roma, dove era stata importata dall’Egitto come metodo di controllo della sessualità delle schiave. Tutt’oggi le origini esatte rimangono avvolte nel mistero.

L’aspetto peculiare delle Mgf è la perpetrazione di questa consuetudine da parte delle donne. Infatti sono spesso le madri che incoraggiano le figlie a subirle, la pratica viene così tramandata di generazione in generazione, rafforzando nel tempo le credenze che portano all’affermazione di questa usanza.

Nel libro “L’infedele”, Ayaan Hirsi Ali, politica e scrittrice somala, racconta appunto il momento in cui lei e sua sorella più piccola subiscono l’infibulazione da parte della nonna: “Quando avremo tolto questo “kintir” (clitoride) tu e tua sorella sarete pure”, le dice la donna.  Le donne non infibulate vengono spesso emarginate perché non sono considerate vergini, la mutilazione viene effettuata perché si pensa preservi la castità, le renda più fertili e per “motivi estetici”, diventa una sorta di prerequisito per il matrimonio, di rito di iniziazione, cioè un passaggio che le trasforma in donne. Altre motivazioni addotte come giustificazione per effettuare queste vere e proprie operazioni chirurgiche sono legate alla convinzione che l’infibulazione aumenti il piacere degli uomini durante i rapporti, che contribuisca alla pulizia della donna eliminando le ghiandole che producono secrezioni, che prevenga la mortalità infantile e che sia garanzia di buona salute.

In realtà le ripercussioni in termini di salute fisica e mentale sono gravissimi per le bambine e le donne sottoposte a questa pratica disumana.

A livello psicologico gli studi sono ancora pochi, ma nelle vittime delle Mgf sono stati documentati l’insorgere di disturbi comportamentali, ansia, depressione, psicosi e malattie psicosomatiche.

Le conseguenze fisiche sono davvero tante e tutte molto serie. Dall’impossibilità di praticare un esame pelvico (quindi non potendo effettuare il pap-test non si possono diagnosticare né tumori né infezioni) all’emorragia dovuta al taglio delle arterie; dalla ritenzione urinaria al parto ostruito (che può portare alla morte del bambino o può provocargli danni cerebrali); dall’incontinenza alla sterilità; dalle disfunzioni sessuali alla contrazione del tetano, dell’Aids o di infezioni croniche dovute alle ferite.

Le complicazioni sono spesso aggravate dalle condizioni igieniche in cui è effettuata l’operazione e dal fatto che nella maggior parte delle volte non sono medici professionisti ad effettuarla.

Va ad aggiungersi a tutto ciò lo shock dovuto alla mancanza di anestesia durante l’operazione, effettuata spesso con strumenti quali coltelli, lame di rasoio, vetri rotti o forbici.

In Italia, ogni anno, le bambine che rischiano di essere infibulate sono 2000-3000, nonostante vi sia un’apposita legge (n.7-01-2006) che lo vieta.

Nel nostro paese, a battersi con forza contro le Mgf, c’è Emma Bonino, che nel 2001, ha organizzato, insieme a degli attivisti africani anti-Mgf, una prima conferenza internazionale presso la Camera dei Deputati. L’anno prima,  insieme agli eurodeputati radicali, aveva preso l’iniziativa per far adottare al Parlamento Europeo una Risoluzione che condannava le MGF come violazione dei diritti fondamentali della persona. La Risoluzione (2012/2684(RSP)) [1] è stata votata a maggioranza assoluta il 14 giugno 2012. Questa  chiede agli stati membri di rispettare gli obblighi internazionali assunti per porre fine alle MGF, in quanto non hanno alcuna giustificazione sanitaria,

ed ha ricordato alla Commissione Europea l’impegno a finanziare progetti transnazionali volti a favorirne l’abbandono, impegni che sono contenuti anche nella Strategia per l’uguaglianza tra donne e uomini 2010 – 2015.

Il 20 dicembre 2012, le Nazioni Unite, sollecitate dal Parlamento Europeo e dall’Unione Africana, hanno anch’esse adottato all’unanimità una risoluzione (A/RES/67/146) che condanna la pratica della mutilazione perché seriamente pericolosa per la salute mentale, psicologica e sessuale delle vittime. Esorta inoltre gli stati membri ad adottare una legislazione che la proibisca e punisca chi la pratica, ed a lanciare programmi educativi e di informazione sul tema. Lo scorso 25 novembre il fronte dei paesi che hanno promosso la Risoluzione per la messa al bando universale delle Mgf è stato ampliato, se ne contano 21 in più rispetto al precedente documento, con l’Italia tradizionalmente in prima linea in questa battaglia. Battaglia vinta con successo il 20 dicembre con l’adozione della Risoluzione.

Nonostante questi progressi, sono ancora tanti i paesi nei quali le Mgf vengono utilizzate come metodo per il controllo delle nascite o come metodo contraccettivo. Tra questi, oltre alla maggior parte dei paesi africani, figurano molti paesi dell’America Latina, la Russia (per quanto riguarda le persone affette da disabilità), la Cina, l’Uzbekistan, il Sud Africa (per le donne affette da Hiv), l’India e l’Egitto.

Proprio l’India, nel 1975 ha iniziato un programma di controllo delle nascite offrendo vantaggi economici a chi si sottopone volontariamente all’operazione di sterilizzazione. Lo scorso novembre sono morte 8 donne e 20 versavano in gravi condizioni dopo aver effettuato l’operazione in cambio di 600 rupie, ovvero circa 10 dollari.

Un altro caso sconcertante è quello avvenuto in Egitto nel giugno del 2013, quando una bambina di 13 anni, Suhair al-Bataa, era morta dopo aver subito un intervento di mutilazione genitale. Il padre della bambina e il medico sono stati processati. Per l’Egitto è stato il primo processo per questo tipo di reato, che è diventato tale in questo paese solo nel 2008, con l’entrata in vigore della legge per la messa al bando delle Mgf. Il 20 novembre la Corte li ha infine prosciolti. Sconcertanti anche le dichiarazioni dello zio della bambina raccolte dalle Bbc: “Qui in campagna è una pratica che continua da tempo. Le persone sono abituate. Senza la circoncisione, le ragazze sono piene di lussuria”. L’Egitto si colloca al quarto posto con il 91% di donne sottoposte alle Mgf, dopo Gibuti (93%), Guinea (96%) e Somalia, che detiene il primato con il 98%.

La più alta percentuale di donne che si oppongono a questa pratica si riscontra in quelle  più istruite che risiedono nelle aree urbane. Risulta quindi fondamentale, al fine di combattere le Mgf, sensibilizzare la popolazione. Attuare  programmi di educazione (in primis alle donne), di prevenzione e di assistenza alle vittime e infine fare in modo che il perseguimento dei responsabili sia certo. Ad esempio, in Niger, seguendo una simile strategia, questa pratica è scesa dal 5% al 2,2%  e in Burkina Faso dal 68% al 49%.

Gli strumenti internazionali che dovrebbero tutelare le donne da questo flagello, oltre a quelli già citati,  sono molti: la Dichiarazione universale dei diritti umani;  la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (Cesaw); la Dichiarazione di Vienna (approvata a conclusione della II Conferenza dell’Onu sui Diritti Umani nel 1993); la Convenzione europea per la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali; la Dichiarazione congiunta Oms, Unicef, Unfpa e la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che ha compiuto 25 anni il 20 novembre e ad oggi è lo strumento internazionale più ratificato al mondo (vi hanno infatti aderito tutti i paesi, ad esclusione di Somalia e Stati Uniti).

Ma la strada da fare è ancora lunga. Waris Dirie, attrice e modella originaria della Somalia, nominata da Kofi Annan ambasciatrice Onu per la lotta contro l’infibulazione, a cui lei stessa è stata sottoposta all’età di tre anni,  scrive nel suo libro “Fiore del deserto”: “Se penso che quest’anno due milioni di ragazze subiranno quello che ho subito io, mi sento male e mi rendo conto che quanto più questa tortura andrà avanti, tante più saranno le donne come me, furiose e ferite, che non potranno mai più avere ciò che è stato loro tolto”.

[1] http://www.europarl.europa.eu/oeil/popups/ficheprocedure.do?lang=en&reference=2012/2684%28RSP%29