di Enrico Oliari –
Si è svolto a Kiev l’incontro tra il capo della diplomazia europea, Catherine Ashton, e il presidente ucraino Viktor Yanukovich: nei propositi della rappresentante europea il tentativo di una mediazione, oltre che dimostrare vicinanza alla piazza che da giorni manifesta nonostante le temperature rigide contro la scelta del governo di chiudere le porte a Bruxelles per legarsi a doppio filo con la Russia, attraverso l’Unione doganale voluta da Vladimir Putin.
In realtà la via di Mosca per l’Ucraina è stata obbligata dal cappio dei 30 miliardi di dollari che l’Ucraina deve sia alla Gazprom (10 miliardi) per le forniture di gas non ancora pagate e il cui termine è scaduto da tempo, sia alle quattro principali banche russe (20 miliardi) per i debiti accumulati.
Putin aveva spiegato lo scorso 26 novembre a Trieste che una posizione di intermezzo fra le due unioni, quella Europea e quella Doganale, sarebbe impensabile in quanto “un paese che ha aderito all’Unione doganale, la quale prevede lo scambio di merci senza dazi, può recedere dagli accordi quando vuole. Un articolo dell’accordo prevede però che se uno dei paesi aderenti intavola rapporti con paesi terzi, può esportare le merci nei paesi dell’Unione doganale con un ribasso sui dazi attualmente dell’85 per cento, ma che arriverà al 95. Potrebbero quindi transitare dall’Ucraina merci verso l’Unione doganale a prezzi ridotti, cosa che metterebbe in crisi la nostra economia. Per coinvolgere l’Unione europea in questo progetto serve gradualità, ovvero tempo e denaro”. “In Europa – aveva poi aggiunto Putin – la disoccupazione ha livelli elevati ed addirittura quella giovanile arriva in alcune nazioni anche al 45 per cento, mentre da noi ha livelli molto bassi, intorno a poco più del 2 per cento: per noi è necessario difendere la nostra occupazione”.
Sull’argomento è intervenuto oggi a Bruxelles il Commissario europeo all’Allargamento Stefan Fuele, il quale ha cercato di dimostrare che un’intesa dell’Unione con Kiev non è un pericolo per gli interessi di Mosca, anche se però ha escluso l’avvio di negoziati a tre.
Ha poi citato il presidente della Commissione Barroso, il quale ha ribadito in passato che “sul Vecchio Continente l’era della sovranità limitata di stampo sovietico è ormai tramontata”.
Intervenendo poi alla televisione di Stato, Yanukovich ha spiegato che “Non possiamo parlare del futuro senza parlare anche del ripristino dei rapporti commerciali con la Russia”. Nel discorso alla nazione è apparso attorniato dai suoi tre predecessori, Leonid Kravchuk, Leonid Kuchma e il filo-occidentale Viktor Yushchenko, i quali avevano nei giorni scorsi comunque espresso solidarietà alla piazza.
In sintesi Yanukovich ha alzato il tiro ed ha affermato che, fatto salvo il rapporto con la Russia, un processo di integrazione con l’Unione europea deve prevedere nuove clausole: “L’obiettivo è molto semplice” – ha detto – “vogliamo ricevere condizioni che soddisfino l’Ucraina, i suoi produttori e il suo popolo, e che li soddisfino adesso. Se avessi firmato l’accordo nella sua versione attuale, avrei creato molte difficoltà al nostro settore agricolo. Lo dobbiamo proteggere”. Ha poi aggiunto che “Non appena riusciremo a intenderci con l’Europa e avremo raggiunto un compromesso, firmeremo”.
L’altolà imposto nei giorni scorsi da Mosca rende comunque di difficile interpretazione il senso dell’intervento del presidente ucraino, ovvero se formulato per placare le proteste, oppure se realmente finalizzato a cercare la quadratura del cerchio che possa permettere a Kiev di tenere il piede in due scarpe.

