di Yassine Belkassem –
La diplomazia algerina ha tentato per decenni di rivestire un ruolo di leader nella geopolitica nel Nordafrica e nell’intero continente africano, intervenendo in diversi conflitti e sventolando il suo tradizionale slogan “difesa dei popoli oppressi nel Terzo Mondo”; tuttavia la realtà è ben diversa: dietro a questo modo di agire si cela semplicemente il suo complesso di egemonia marcato dalla sua indipendenza dalla Francia.
La politica del dialogo dell’Algeria con le organizzazioni terroristiche armate come sta accadendo nel nord del Mali, dove Algeri ha rapporti con al-Qaida nel Maghreb Islamico (Aqmi), con l’Ansar Dine e con il Movimento per l’Unicità e la Jihad nell’Africa dell’Ovest (Mujao), va contro il volere della Comunità internazionale ed è considerata come una grave impedimento allo sradicare il terrorismo ed al salvaguardare l’integrità maliana.
Il vertice dell’11 novembre di Abuja, conclusosi con l’adozione di un piano d’azione comune dei capi di Stato maggiore dei 15 paesi della Comunità economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest (Cedeao) per un intervento militare in Mali, ha dato il colpo di grazia alla strategia ed alla politica dell’Algeria in merito alla questione del terrorismo nel Sahel e nel Mali.
La stampa algerina indipendente ha inoltre espresso il forti perplessità sulla diplomazia di Algeri degli ultimi due anni, poichè ha preso posizioni contro le rivoluzioni in Tunisia, in Libia e in Siria e oggi di dialogo con i terroristi del Mali. Dopo l’incontro di Abuja, l’Algeria è apparsa nella sua iniziativa estera vulnerabile, isolata più che mai: potrà chiudere le sue vaste frontiere?

