di Enrico Oliari – 

Le Citta – Quello del Mali si presenta come un pasticcio, un insieme di errori e di colpi di mano che se non fosse per la drammaticità dei fatti e per i 700mila profughi accertati dall’Unhcr, sembrerebbe una commedia di Pirandello. Qualcuno ha identificato quanto sta accadendo nel grande paese africano con un nuovo Afghanistan, dove, come accadde nel 2011 con la Libia, ancora una volta la Francia è partita in fretta e furia compiendo raid aerei ed inviando truppe, per poi trascinare dietro di sé le altre nazioni, Italia compresa: avevamo visto giusto, noi, nel ritiro dal teatro afghano dei soldati e dei mezzi francesi l’apertura di un nuovo teatro di guerra proprio in Mali.

Tuttavia, come tutti i pasticci, anche quello del Mali ha i suoi pasticcioni, tant’è che i propositi e le bandiere sono cambiati di direzione più volte, a seconda di come è soffiato il vento attraverso le dune sabbiose e aride del nord fino alla depressione che ospita il fiume Niger, il quale attraversa il paese per 1800 chilometri e bagna o sfiora antichissime città dai nomi studiati a scuola o resi famigliari dai telegiornali di questi giorni: Gao, Timbuctù, Mopti, Bamako.

In primis i tuareg, che nel nord del Mali sono oltre un milione e mezzo e che con le altre tribù autoctone, per lo più arabe, si sono da sempre battuti per la secessione del nord del paese: essi sono stati la parte del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla) che ha fatto di tutto per chiamare e far confluire da quelle parti gli jihadisti di al-Qaeda Aqmi e dell’Ansar Dine, ben equipaggiati e finanziati dai libici dell’ancien régime e, qualcuno mormora, da Saadi Gheddafi, il figlio dell’ex Raìs fuggito in Niger.

E così il 6 aprile 2012 i miliziani del Mnla e gli jihadisti, provenienti da un po’ ovunque nel Sahel, hanno vinto le truppe regolari di Bamako ed hanno proclamato la Repubblica islamica dell’Azawad, con Iran e Qatar pronti a riconoscerla in cambio della possibilità di perforare l’ampio territorio per estrarre petrolio.

I tuareg, però, hanno fatto male i loro conti: una volta presa Timbuctù si sono visti dapprima distruggere le loro plurisecolari statue di Alfarouk, un cavallo alato che rappresenta un’antica divinità di una religione autoctona per altro ora scomparsa, quindi spianare le antiche tombe e persino le mura della città, Patrimonio dell’umanità riconosciuto dall’Unesco. Ed infine si sono trovati, dall’oggi al domani, sottomessi alla sharia, la rigida legge islamica, con tanto di obbligo per gli uomini di portare la barba e per le donne il velo. Ai tuareg non è restato altro da fare che implorare il governo centrale ed i paesi vicini di intervenire e di cacciare gli scomodi ex alleati, cosa per cui si sono detti disposti a tutto, anche di ritornare sotto l’autorità di Bamako e addirittura di essere pronti a votarsi… al laicismo! Oggi denunciano saccheggi da parte delle truppe regolari in marcia verso il nord ed invocano la “concordia e la riconciliazione nazionale”.

A sud le cose non sono andate meglio. Pochi giorni prima della proclamazione della Repubblica islamica dell’Azawad, i miliari impegnati contro il Mnla, esausti per la scarsità di mezzi e di risorse, hanno deposto il presidente Amadou Toumani Touré con un colpo di Stato. A guidarli il giovane capitano Amadou Haya Sanogo, a lungo formato ed addestrato (neanche a dirlo) negli Stati Uniti “nel quadro  – come ha scritto il Washington Post – di un programma internazionale ‘ad hoc’ finanziato dal Dipartimento di Stato”, grazie al quale sono arrivati nel 2012 “140 milioni di dollari di aiuti al Mali, metà dei quali destinati ad aiuti umanitari”.

Grazie ad un accordo con l’Ecowas, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, Sanogo si è fatto da parte, ma solo dopo che la giunta militare, da lui opportunamente guidata, ha designato Dioncounda Traoré alla presidenza ad interim della Repubblica e Cheick Modibo Diarra alla carica di Primo ministro. Poco opportuno, si direbbe, un golpe proprio nel momento in cui è in corso la secessione di metà del paese… ma di certo anche questo fatto è rientrato nei disegni o nelle logiche di qualcuno.

Il terzo, grottesco, pasticcio è quello classico di un’Europa che soffre l’assenza di una politica estera comune: la Francia è partita in quarta con i raid aerei, mentre il Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione, tenutosi lo scorso 18 gennaio a Bruxelles, ha intelligentemente limato le divergenze per poi ripiegare sul topolino di 450 istruttori militari, di cui 24 (cioè un ventesimo) italiani, inviati in un territorio di 1.240.142 km² (oltre 4 volte l’Italia) sotto la pomposa insegna dell’Eutm, la European union training mission.

E se la Russia si è offerta di trasportare le truppe francesi in Mali e di consegnare il materiale necessario all’azione militare, gli Stati Uniti (gli stessi che avevano ‘formato’ il capitano Sanogo) si sono fatti notare per un inconsueto battibecco fra la Casa Bianca, dove si è optato per il non intervento, ed il Pentagono, dove gli alti ufficiali hanno auspicato l’invio di squadre incaricate di sconfiggere gli jihadisti; al Segretario alla Difesa, Leon Panetta, non è restato altro da fare che ubbidire al ‘capo’ e di esprimersi in una dichiarazione al quanto controversa: “gli Stati Uniti sono decisi a lottare contro la presenza di al-Qaeda nel Maghreb, ma senza ricorrere ad alcun intervento militare diretto”. Paziente la Cina, la quale ha preferito, come nel caso dell’Afghanistan, stare immobile e pronta ad investire a pace fatta.

E sì che Romano Prodi, Inviato speciale delle Nazioni Unite, ci sperava: “sulla crisi nel Mali vi è la necessità che la comunità internazionale la affronti con una strategia comune, il senso d’ urgenza c’è”.

Nel frattempo le truppe francesi, con il supporto dello sgangherato esercito maliano e soprattutto dei quindici paesi dell’Ecowas, stanno avanzando e prendendo ogni giorno un paio di città, forti della Risoluzione Onu 2085 e soprattutto ansiosi di prenotarsi un posto a tavola in vista della spartizione della ricca torta che rappresenta in termini di risorse naturali il Mali.