di Enrico Oliari –

Partita ancora aperta nel nord del Mali, dove nella regione dell’Azawad regna ormai il caos: dopo una guerra iniziata nell’autunno 2008, le tribù tuareg, alleate degli jihadisti dell’Ansar Dine (un gruppo aderente ad al-Qaeda) erano riuscite agli inizi dello scorso aprile a conquistare definitivamente la regione ed a dichiarare la Repubblica islamica dell’Azawad. Immediatamente, tuttavia, erano iniziati i dissidi tra i due gruppi e gli jihadisti avevano preso il controllo delle principali città, tra le quali Tibuctù, imposto la sharia, distrutto le antiche costruzioni rappresentanti divinità di un tempo e, de facto, sottomesso i tuareg.

Alle tribù autoctone non era rimasto altro che invocare l’aiuto internazionale per scacciare gli ex-comodi alleati, fino al punto di dichiararsi pronti al laicismo.

A confermare la crescita ulteriore della tensione è il susseguirsi dei proclami provenienti dalle diverse fazioni in lotta, a cominciare al governo di Bamako che si dice pronto a partire per la riconquista delle regioni perdute; gli jihadisti dell’Ansard Dine, da canto loro, parlano ormai dell’Azawad come primo nucleo del califfato (governo unico islamico del mondo arabo); l’Ecowas, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, si è dichiarata disposta all’invio di 3000 unità nel momento in cui il governo del Mali le richiederà ufficialmente; i tuareg del Mnla (Movimento nazionale di Liberazione dell’Azawad) continuano nella nuova professione laicista e quindi di istaurare una repubblica non più islamica, bensì laica; le varie comunità della zona (arabi, tribù), che si sono accorte solo ora del significato dell’imposizione della sharia a casa loro, hanno scoperto che si stava meglio quando si stava peggio. Poi vi è la comunità internazionale ed in primo luogo Francia e Stati Uniti, paesi che lavorano nell’ombra ma che hanno non pochi interessi nella regione. Non molto tempo fa le milizie jihadiste avevano abbattuto addirittura un drone francese, un aereo senza pilota.

I segnali fanno pensare all’avvicinarsi di un conflitto, mentre il presidente della repubblica del Mali, Dioncounda Traoré, si trova ancora a Parigi per guarire dell’aggressione subita nel palazzo presidenziale lo scorso maggio, mentre il peso del governo e delle trattative grava sulle spalle del primo ministro, Cheick Modibo Diarra.

Alcuni vedono come regia occulta dei disordini che stanno interessando il Mali il figlio di Muammar Gheddafi, Saadi, che dal Niger starebbe finanziando ed alimentando la secessione ormai guidata dall’Ansar Dine. Tra l’altro le armi della rivolta dell’Azawad sono provenute e provengono tutt’oggi dalla Libia e di recente un aereo da caccia tunisino aveva distrutto tre mezzi carichi di armi in transito sul proprio territorio. Altri finanziamenti provengono dai sequestri di persona, dal traffico di droga, dal contrabbando di armi e dalla tratta di esseri umani.

In posizione di attesa resta l’Algeria, la quale sta subendo gli effetti del radicalismo islamico e nel contempo le pressioni per un intervento pro-Bamako, da attuarsi innanzitutto con la messa in sicurezza delle frontiere. Proprio attraverso l’Algeria stanno infatti passando migliaia di giovani fondamentalisti entusiasti, pronti a sostenere quella che potrebbe essere una battaglia su ampia scala, sul modello dell’Afghanistan.