di C. Alessandro Mauceri –
Tra pochi giorni, il 22 aprile, scadrà il termine utile per sottoscrivere gli accordi per i paesi che hanno partecipato al COP21 di Parigi nel novembre scorso. In altre parole, per confermare le promesse fatte davanti alle telecamere e ai media di tutto il pianeta. E ad oggi, non tutti hanno confermato quanto promesso secondo gli accordi, che prevedevano interventi per limitare l’aumento della temperatura media del pianeta a un grado celsius entro il 2030.
Dei 196 paesi presenti a Parigi solo 155 finora hanno confermato la propria partecipazione a New York alla manifestazione per l’adozione del COP 21. In quell’occasione i vari paesi dovranno ratificare gli accordi firmati e obbligarsi a rispettarli. Contestualmente dovranno depositare degli “strumenti di ratifica”.
Ebbene, dei 155 paesi che hanno confermato la propria presenza a New York, solo sette (leggasi SETTE), fino ad ora, hanno confermato che è loro intenzione siglare l’accordo e depositare i propri strumenti di ratifica alla cerimonia del 22 aprile 2016.
Tutti gli altri, pur avendo confermato la propria partecipazione alla manifestazione, non hanno dichiarato ufficialmente che sottoscriveranno e definiranno gli accordi. Si tratta di un aspetto tutt’altro che secondario dato che, perché le promesse di Parigi diventino vincolanti, è indispensabile che a ratificare gli accordi siano non meno di 55 paesi i quali devono rappresentare complessivamente non meno del 55 per cento delle emissioni globali di origine antropica (art. 21 del protocollo).
A soli due giorni dalla data di ratifica, a confermare il proprio impegno a rispettare gli accordi del COP21 sono stati solo Fiji, Belize, Bielorussia, Barbados, Maldive, Santa Lucia e Samoa. E gli altri? Ancora non c’è niente di “ufficiale”.
Al contrario, è “ufficiale” che le previsioni che hanno portato i leader dei vari paesi a promettere, tra una foto di gruppo e una cena di gala, di ridurre l’aumento della temperatura del pianeta di un grado nel 2030 erano fin troppo ottimistiche. Gli ultimi dati forniti dai ricercatori parlano di marzo 2016 come del più caldo nella storia delle rilevazioni globali: secondo i dati diffusi dalla Japan Meteorological Agency (JMA), il mese di marzo 2016 è stato 1,07° C più caldo.
Dati che sono stati confermati anche dal Met Office britannico, che ha preannunciato che il 2016 batterà di sicuro il record (già preoccupante) del 2015 e sarà per l’ennesima volta l’anno più caldo di sempre.
Ma non basta. Per vedere le conseguenze dell’innalzamento delle temperature non sarà necessario attendere il 2030, come vorrebbero fare i maggiori paesi industrializzati ed inquinanti del pianeta. A dirlo sono stati i medici dell’American College of Physicians (Acp), che, in un rapporto pubblicato sugli “Annals of Internal Medicine”, hanno invitato a fare ricorso ad efficaci politiche di adattamento ai cambiamenti del clima, contribuendo a dar vita a “un settore sanitario a basso tenore di carbonio, ed educando le comunità sui potenziali pericoli per la salute derivanti proprio dai cambiamenti climatici”, come ha detto il presidente dell’Acp, Wayne J. Riley. “Dobbiamo agire ora, per proteggere la salute dei componenti più vulnerabili della nostra comunità – compresi i nostri figli, i nostri anziani, le persone con malattie croniche e i bisognosi – perché il nostro clima sta già cambiando e le persone vengono già danneggiate” dai cambiamenti climatici.
Lo dimostra il fatto che, secondo l’Acp, sono in aumento le malattie respiratorie e le patologie legate alle ondate di calore, ma stanno aumentando anche le malattie trasmesse dagli insetti, le infezioni legate ad acqua e cibo non sicuri e la malnutrizione: tutti potenziali effetti sulla salute dei cambiamenti climatici, secondo gli esperti Usa. “I medici possono anche svolgere un ruolo” attivo, “adottando interventi per l’efficienza energetica e il consumo razionale di acqua, utilizzando energia rinnovabile, espandendo i programmi di riciclo, l’utilizzo di basse emissioni di carbonio o il trasporto a emissioni di carbonio zero”, ha detto Riley.
Malattie e disagi che avranno un costo rilevante non soltanto dal punto di vista sociale ma anche sotto il profilo economico: solo negli USA il settore sanitario è al secondo posto per consumo di energia e costi (prima l’industria alimentare) con circa 9 miliardi di dollari l’anno di costi energetici.
Adattare ambienti, coltivazioni e abitazioni costerà molto di più che non ridurre le emissioni e rallentare il ritmo di crescita della temperatura.

