di Enrico Oliari

Da alcuni giorni si svolgono in Libia manifestazioni a Bengasi e a Tobruk in cui viene chiesta la creazione di un governo a giunta militare, guidato dal capo dell’esercito Khalifa Haftar.

L’iniziativa è appoggiata anche da alcuni deputati “di Tobruk”, unitamente al rifiuto di riconoscere il governo di unità nazionale di Fayez al-Serraj, prodotto delle trattative mediate dall’Onu e sostenuto dalle potenze internazionali, in primis dall’Italia.

Il Libya Observer, organo considerato vicino alla parte “di Tripoli”, ha riportato che deputati dell’HoR (parlamento “di Tobruk, ndr.) sostenitori di Haftar hanno “iniziato a chiedere la formazione di un consiglio militare per governare il paese”, dal momento che “è chiaro il fallimento del processo politico in Libia”.

In realtà la figura di Haftar, che guida i militari e i miliziani di alcune tribù di quello che fino a poco fa era il governo riconosciuto “di Tobruk”, è assai controversa e proprio per questo motivo osteggiata da Tripoli: i detrattori del generale lo considerano al soldo di Washington, dal momento che nel 1987 venne fatto prigioniero dall’esercito ciadiano in occasione della “Guerra delle Toyota”, per poi essere prelevato dalla Cia e portato negli Usa, dove vi è rimasto fino al 2011. In quell’anno ricomparve in Libia per comandare la piazza di Bengasi nell’insurrezione che ha portato alla deposizione di Muammar Gheddafi.

Le trattative di Skhirat lo hanno escluso da un incarico di governo, e per ministro della Difesa è stato indicato il colonnello El Mahdi Ibrahim Michtou el-Barghthy.

Haftar in passato aveva lamentato il mancato rifornimento di armi da parte della comunità internazionale, arrivando a poco velate minacce anche all’Italia: “La Libia – aveva ribadito il generale – è un paese ricco di risorse e in base a quanto accadrà e a chi sosterrà il governo eletto democraticamente, decideremo noi con chi condividere questa ricchezza”.

Aveva poi fatto pressione sul tema dell’immigrazione, affermando che “In Italia siete molto preoccupati per questo fenomeno, che in questo momento non siamo in grado di controllare visto che gli estremisti utilizzano il traffico di essere umani per finanziarsi. Vorremmo che venissero rispettati e rinvigoriti i vecchi accordi ora in disuso, ma perché accada serve l’intervento rapido della comunità internazionale a sostegno del governo legittimo di Tobruk”.

Solo due giorni fa il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha ribadito che in Libia “c’è bisogno di una soluzione unitaria che riconcili le diverse componenti e anime del Paese, e la soluzione di riconciliazione non può essere messa nelle mani di Haftar”.